Cos'e' la Depressione
Ogni fenomeno clinico risponde ad una certa epoca. La nostra - ci raccontano i mezzi di comunicazione quasi ogni giorno - è quella della depressione.
Oltre cinque milioni di persone che soffrono di depressione, è la stima attuale del ministero della salute. Una fetta larghissima di popolazione, senza contare quella cosiddetta "a rischio".
Per il suo impatto sociale, per l'eco anche mediatica che suscita, la depressione sembra un po' il sintomo della nostra epoca, quello che meglio la caratterizza.
Ma che epoca è la nostra? È l'epoca delle soddisfazioni silenziose per tutti uguali, l'epoca del conformismo dei piaceri, della globalizzazione dei consumi: siamo tutti invitati - da un imperativo tanto presente quanto non formulato - a godere tutti con le stesse modalità degli stessi oggetti.
Questa spinta al consumo è sempre più accelerata, sempre più parossistica: se non consumiamo tutto il sistema si arresta! Dobbiamo essere costantemente efficienti, pronti a produrre, a guadagnare denaro e a spenderlo con un ritmi sempre più incalzanti.
Non ci è concesso soffermarci sulle nostre questioni personali: ogni ripiegamento individualista costituisce un momento di arresto in questa rincorsa maniacale. Dobbiamo sempre mostrarci all'altezza degli ideali di forza, prestanza ed efficienza che la società richiede ad ognuno di noi.
Chi non ci riesce, chi subisce una battuta d'arresto, chi si attarda nel chiuso delle proprie contraddizioni personali, chi mostra un ritiro rispetto al mondo è un depresso, dunque un malato.
Da segnale di disagio rispetto ad una condizione in cui l'individuo non si riconosce più in ciò che fa e in ciò che è, in cui si scopre drammaticamente smarrito rispetto al proprio destino individuale - la depressione diviene così un sintomo di inadeguatezza alle condizioni standardizzate del vivere, quindi una vera "malattia".
Naturalmente per questa malattia la società si preoccupa, perché costituisce una perdita di tempo e di risorse. Di qui un certo "accanimento" per forzare le persone che sono più o meno toccate da queste manifestazioni a "farsi curare" a riconoscersi come malate e a prendere i provvedimenti del caso, il che, il più delle volte, si traduce nella scorciatoia chimica dell'assunzione di farmaci.
Questi ultimi sono indubbiamente efficaci in molti casi, producono effetti sul tono umorale ma costituiscono una risposta anche in questo caso "uguale per tutti", una risposta che cura l'organismo, non l'individuo, non la specificità del suo malessere.
La risposta farmacologica, soprattutto quando è la sola offerta, è una risposta anonima, dispensata da un altro supposto scientifico che rende gli individui tutti uguali, tutti ugualmente depressi, tutti resi equivalenti ai loro sintomi.
La depressione, nell'accezione massificata con cui è oggi adoperata nel discorso corrente sulla salute mentale, rappresenta un enorme "contenitore" psicopatologico che finisce per rendere falsamente omogenei quadri fra loro diversissimi per significato e vissuto personale.
Di fronte a questo approccio globalizzante occorre affermare che la depressione al singolare non esiste.
La depressione è un fenomeno di crisi soggettiva, di ritiro di investimento dall'ambiente circostante e anche, talvolta, dalla propria persona (disistima). È l'indice di una sofferenza che l'individuo sperimenta spesso come un enigma, un enigma che invoca una decifrazione.
Ma questa decifrazione si può compiere solo a partire dalla propria storia personale, quella che rende ogni manifestazione depressiva, pur nell'esteriore analogia con tante altre, unica ed irripetibile. |