franky
Sep 22 2009, 04:50 AM
Sul giornale vicino ai conservatori tedeschi e alla Merkel un pesantissimo editoriale
"Il potere di Berlusconi cade in pezzi, si assiste ad un triste spettacolo""
Die Welt, stoccata a Berlusconi
"E' l'autunno del sultano"
DAL nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
Die Welt, stoccata a Berlusconi "E' l'autunno del sultano"
BERLINO - "L'autunno del sultano - il potere di Silvio Berlusconi cade a pezzi". Così, con durezza e toni espliciti insoliti rispetto alla freddezza e all'estrema misura con cui i media tedeschi hanno trattato finora il tema, un editoriale di Die Welt (quotidiano conservatore del gruppo Springer, testata ritenuta vicinissima alla CduCsu di Angela Merkel) dedica ampio spazio oggi alle vicende del premier italiano.
"Chi ormai celebra da solo i suoi atti eroici è divenuto un monumento di se stesso che si sta sgretolando", scrive Paul Badde, a lungo corrispondente da Roma della Welt. Continua ricordando la conferenza stampa insieme a Zapatero: "Il piccolo uomo con i tacchi rialzati si è definito un superman, la sua popolarità lo conferma, e (ha detto di) essere il premier italiano di maggior successo negli ultimi 150 anni". Poi Badde commenta: sembra di assistere all'ultimo atto di uno spettacolo triste, uno spettacolo in cui la vecchia commedia con Silvio Berlusconi protagonista sembra trasformarsi sotto gli occhi di tutti. "Chi si presenta di persona come un Superman non lo è più, chi celebra da solo i suoi atti eroici è diventato un monumento di se stesso che si sgretola... qualcosa è successo con il premier".
L'articolo descrive poi Berlusconi come preso da un nuovo nervosismo, anche con accenti isterici... certo, forse anche prima egli avrebbe ricorso ai suoi avvocati per denunciare una serie di media. Ma - prosegue Die Welt - è "assolutamente nuovo" l'attacco condotto 'dal suo giornale di casa', il Giornale, che ha aperto un conflitto con la conferenza episcopale italiana. Il premier ha perso il suo istinto strategico? Con la vittoria di Pirro delle dimissioni di Boffo per la prima volta ha arrecato gravi danni al principio-tattica 'vivi e lascia vivere', in base al quale la Chiesa cattolica ha tollerato finora gli spiriti liberi e i massoni nei partiti di Berlusconi. Badde ricorda poi come il Giornale ha attaccato persino Fini con l'allusione a dossier piccanti. E rammenta che non è l'opposizione ad averlo indebolito, ma piuttosto la causa sembra quanto Veronica Lario aveva detto in aprile a Repubblica, cioè che suo marito è 'malato'. Da allora, secondo die Welt, egli ha perso il suo senso d'orientamento del potere, finora preciso come quello d'un sonnambulo... sua moglie ha aperto nell'Ego di Silvio una ferita che non vuole guarire. Die Welt conclude: "L'autunno del patriarca dunque? Non necessariamente, perché Silvio Berlusconi, al contrario per esempio di Giulio Andreotti, non è mai stato un patriarca. Non è nemmeno un dittatore, ma piuttosto un sultano, come il politologo Giovanni sartori ha affermato di recente. Ma come che sia, si fa autunno attorno a lui. E'però improbabile che dopo venga una Primavera nel sistema politico italiano. Verrà Gianfranco Fini, il resto è incertezza".
franky
Sep 24 2009, 07:40 PM
i fascisti,si nascondono bene,ma alla fine escono sempre fuori
Ghedini mi rovini
di Gigi Riva
È l'avvocato artefice delle leggi ad personam, l'architetto del Lodo. E anche il protagonista di smentite e gaffes che hanno messo in crisi la credibilità del premier. Ecco la sua carriera dai nuclei neofascisti al Palazzo
Niccolò Ghedini
L'unica volta che Niccolò Ghedini si sedette dall'altra parte della barricata era un giovane avvocato di belle speranze chiamato a rispondere su certe sue pericolose frequentazioni di adolescente. Il processo era quello per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, oltre 200 feriti). Rimase per sei minuti sulla sedia del testimone davanti al presidente della Corte Mario Antonacci. (ASCOLTA L'AUDIO) Confermò quanto aveva dichiarato il 27 settembre 1980 quando fu interrogato in questura. Gli inquirenti si erano concentrati, nelle indagini, su un gruppo di neofascisti padovani, la sua città, che avevano come punto di riferimento il quartiere Arcella. Ghedini li conosceva per una sua precocissima attività politica nel Fronte della Gioventù (l'organizzazione giovanile del Msi). Tracciò il profilo di Roberto Rinani, detto "l'Ammiraglio", imputato di concorso in strage, poi assolto: "Per la mia valutazione personale, mi dava l'idea che tra quei ragazzi, che conoscevo, fosse il personaggio di spicco".
"Quei ragazzi" erano una ventina di persone che si scontravano con i "rossi": "Si bastonavano per lo più". Si diceva, ma lui lo può affermare solo "de relato", che facessero anche uso di armi mentre "non ho mai sentito parlare di esplosivi". Negò di aver conosciuto Massimiliano Fachini (altro imputato) e sì invece che conosceva Franco Giomo: "Siamo usciti assieme un paio di volte, poi ha avuto un incidente, si è messo a fare l'assicuratore e non l'ho più visto. L'ho anche cercato qualche volta. So che ha avuto problemi con la giustizia ed è stato condannato e poi assolto".
Franco Giomo era un dirigente nazionale del Msi finito nei guai per i collegamenti con il nucleo Fioravanti-Mambro: i due che per la strage di Bologna ebbero l'ergastolo come autori materiali. Il futuro legale di Silvio Berlusconi nel 1988 aveva 29 anni e già una certa dimestichezza di aule di tribunale. Due anni prima era stato l'assistente di un principe del foro come Piero Longo, il suo maestro, nella difesa di Marco Furlan, il ragazzo della Verona bene che con Wolfgang Abel aveva dato vita alla banda Ludwig col proposito di liberare la società da drogati, nomadi, frequentatori di sale a luci rosse e preti: 15 persone uccise e 39 ferite. Durante le pause delle udienze Longo non mancava di presentare a tutti l'ancora acerbo collega con una frase rituale: "Tenete a mente il nome di questo ragazzo.
Si chiama Niccolò Ghedini. Farà strada".
Nemmeno lui immaginava quanta. Oggi lo stesso Niccolò Ghedini è, come il suo omonimo Machiavelli, il consigliere più ascoltato del Principe.
È lui che scende nell'arena delle trasmissioni più agguerrite, come "AnnoZero" per lanciare il grido di battaglia "Mavalaaa", diventato un marchio di fabbrica all'indirizzo degli avversari, ovviamente "comunisti" e "parrucconi". Lui che si offre alla stampa nei momenti delicati e al prezzo di straordinarie gaffes. Come quella proverbiale su Berlusconi che "anche fossero vere le ricostruzioni di questa ragazza (la D'Addario), e vere non sono, sarebbe al massimo l'utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile". O come quella sull'avvocato di Zappadu, il fotografo di villa Certosa, che "è difeso da un eurodeputato dell'Italia dei Valori. C'è una doppia veste, avvocato e parlamentare che non si dovrebbe confondere" (dal suo pulpito). O quando definisce le registrazioni della D'Addario inverosimili e frutto d'invenzione perché "non credo sia mai andata a casa di Berlusconi" quando proprio "L'espresso" le ha rese disponibili con la voce del premier chiaramente identificabile.
E fossero solo le gaffes. Ghedini è l'architetto delle leggi ad personam che hanno salvato il presidente da molti processi, lo stoico resistente d'aula che opponendo impedimenti, codicilli, astuzie procedurali, è riuscito a rinviarne altri fino al lodo Alfano che li ha sospesi e sulla legittimità del quale la Consulta si pronuncerà il prossimo 6 ottobre. Salvo avere l'impudenza di affermare che non è affatto contento che non si arrivi mai a sentenze perché sarebbero "senza dubbio favorevoli". È anche l'uomo che sveglia il presidente del Consiglio per rendergli noto che Veronica, la moglie, ha scritto lettere contro di lui ai giornali o ha chiesto il divorzio, che vuole una legge per rendere impossibile la pubblicazione delle intercettazioni.
Ora allarga la sua sfera d'azione, il ruolo "tecnico" non gli basta più. Media col Fini furibondo per la querela al "Giornale" di Feltri, attacca la Lega che vorrebbe la presidenza del Veneto e la accusa di fare una battaglia medievale di chiusura "per la polenta e contro l'ananas". Un lavoro indefesso, matto e disperatissimo, per alzare una corazza e far scudo all'uomo che gli ha cambiato l'esistenza. Nega se lo si definisce il ministro ombra della Giustizia. E in realtà anche quella carica occulta gli starebbe stretta. Senza avere un ruolo istituzionale preciso, se non quello di semplice deputato, ha sbaragliato, nel cuore di Silvio, tutti i possibili rivali. Fossero essi colombe o falchi. Si è fatto molti nemici, ma tira dritto per la sua strada e del resto sa di essere "una carogna" (autodefinizione). Dal nuovo ruolo di presidente della Consulta giustizia del Popolo delle libertà controlla le terminazioni nervose del sistema più sensibile del berlusconismo. E pensare che fino a un certo punto della sua vita non aveva pensato né alla politica né alla carriera legale: voleva fare l'agricoltore, gli interessava la terra.
E questa è la sua storia.
Quando nasce, il 22 dicembre 1959, Niccolò ha tre sorelle. Nicoletta, 17 anni, Francesca, 15, e Ippolita, detta Ippi, 9, il cui nome è un omaggio esplicito alla mitologica regina delle Amazzoni. Il padre Giuseppe, ex ufficiale di cavalleria, ha una passione per l'equitazione almeno pari a quella per il diritto: dna perfetto per il futuro assistente del Cavaliere. È un famoso penalista, schieratissimo a destra, originale e passionale. Non di rado nello studio volano i posacenere. L'arcigna madre Renata tiene le redini di un'educazione rigida e consona al rango di una famiglia dell'alta borghesia con una venatura di nobiltà se si fa fede al Niccolò che dichiarerà: "Nel 1600 i miei antenati furono insigniti del blasone patrizio per particolari meriti resi alla Serenissima Repubblica di Venezia". Lo stemma è un orso feroce con la spada sguainata: quasi una rappresentazione dell'immagine che vorrà dare di sé. Le ragazze hanno il percorso canonico delle bennate di Padova. Le scuole al Sacro cuore, il classico al Tito Livio. L'ultimogenito è il cocco di casa.Molto sport: nuoto, sci, cavallo con qualche gara vinta. Poco studio: "Ero un asino". Racconterà di essere caduto da un'impalcatura, in prima media, mentre cercava di sputare in testa agli orchestrali di passaggio nella strada. Lo mandano al collegio Barbarigo dove fatica, ogni anno, ad arrivare alla sufficienza, "ma non sono stato mai bocciato".
A 13 anni, la svolta dolorosa. Muore il padre. Nicoletta e Ippolita sono costrette a occuparsi dello studio perché ne hanno seguito le orme. Francesca ha il pallino dell'archeologia. E Niccolò è già in politica. Un nero deciso, negli anni in cui, come altrove, non esistevano le mezze misure e a Padova restava viva una tradizione neofascista nata con Franco Freda e con la cellula di Ordine Nuovo impegnata nella strage di Piazza Fontana. Occupa il tempo che gli rimane nelle due aziende agricole di famiglia che producono vino e olio e coltiva il sogno di iscriversi ad agraria. Conosce, quindicenne, la donna della sua vita, Monica Merotto, figlia del titolare di un'oreficeria, che si laurerà a Cà Foscari con una tesi su "Federico II ed Ezzelino II da Romano nel territorio padovano" e gli darà, molto tempo dopo, un figlio chiamato Giuseppe, come il nonno, oggi dodicenne.
Le scelte irrevocabili dell'adolescenza, si sa, possono cambiare rapidamente. Non è ancora maggiorenne, Niccolò, quando abbandona l'estremismo per le acque più placide del Partito liberale in cui si distingue un leader che ha per nome Giancarlo Galan, attuale governatore del Veneto. E anche la terra può attendere se tutto il mondo che ti circonda lascia intendere che un Ghedini non può non essere un avvocato. Padova è facoltà di tradizione, troppo difficile. Per "l'asino" Niccolò molto meglio ripiegare su Ferrara, dove si laurea. Quando finalmente può mettere piede nello studio di via Altinate 86, davanti al tribunale, trova un signore che sarà parte importante del suo destino. È successo che le sorelle, civiliste, hanno rafforzato la squadra con un penalista. E non uno qualsiasi, ma col professor Piero Longo, nato ad Alano di Piave nel 1944, figlio del direttore delle Poste di Venezia, uno che non si preoccupa di manifestare la sua aperta simpatia per l'estrema destra. Lo ricordano allievo del Marco Polo, mentre brucia in piazza San Marco le bandiere cubane al tempo della crisi dei missili. Intelligenza fine, anche spregiudicata. Come quando cercò di iscriversi in un movimento di sinistra coerente con la strategia dell'"entrismo" professata da certa destra rivoluzionaria. Brillante studente a Padova e poi subito assistente con un rapporto al minimo rude con quelli di sinistra se, quando non lo salutavano in biblioteca, li apostrofava più o meno così: "Fate i furbi con me ma io vi faccio un mazzo (eufemismo) così". Tra l'accademia e la professione privilegia la seconda e non si dimentica dei vecchi camerati e li difende nello storico processo per la ricostituzione del partito fascista (1975). La sua perizia però non evita la condanna per tutti. Si dice di Longo perché, almeno a Padova, lui è considerato la mente e Ghedini sarebbe un testardo, diligente, pignolo, allievo. Che cerca, anche in un certo lessico aulico, di imitare colui che tutto gli ha insegnato.
Proverbiali alcune frasi pronunciate con la voce cantilenante che abbiamo imparato a conoscere: "Ella, signor giudice...". Sta di fatto che, per quelle circostanze fortunate che capitano agli umani, Niccolò finisce, e siamo alla metà degli anni Novanta, a fare il segretario delle Camere penali quando Gaetano Pecorella ne è presidente. È Pecorella che lo introduce alla corte di Arcore. Prima un processo, poi un secondo, poi si prende tutto. Difende il premier "gratis" nelle cause personali mentre si fa pagare per quelle che interessano Mediaset o le altre società del Sultano. Niccolò Ghedini è diventato più ricco di quanto già non fosse. Dichiara di guadagnare un milione e 300 mila euro ed è tra i Paperoni della Camera. Possiede 44 tra case e terreni tra cui una tenuta a Montalcino e la storica dimora di famiglia a Santa Maria di Sala (Venezia) dove si è fatto costruire una piscina, una cappella privata e dove ospita i vertici del Pdl veneto quando non lo stesso Berlusconi. In garage tiene una collezione impressionante di auto d'epoca. Quanto alle sorella, Francesca, direttore del dipartimento di Archeologia a Padova, bellissimi occhi chiari, l'unica rimasta nubile, è stata nominata da Sandro Bondi nel Consiglio superiore del Beni Culturali. Nicoletta, la primogenita, rimasta vedova di Paolo Favini delle omonime cartiere di Rosà, e Ippolita, moglie del procuratore di Trieste Michele Dalla Costa, sono diventate le avvocate civiliste di Berlusconi nel divorzio con Veronica Lario. Non è la sola loro causa importante. Difendono anche Luciano Cadore, un maggiordomo che ha ereditato dall'imprenditore delle pellicce Mario Conte, dove era a servizio, un patrimonio stimato dagli inquirenti in 70 milioni di euro. Cadore è indagato con l'accusa di aver falsificato il testamento e ha devoluto un milione di euro alla Libera fondazione di Giustina Destro, ex sindaco di Padova e attuale parlamentare Pdl.
Nessuno dei Ghedini ama farsi vedere in pubblico. Di Niccolò si segnala la presenza a Padova solo quando la scorta lo accompagna sotto l'ufficio con qualche disappunto dei residenti per gli intralci al traffico. Le sorelle stanno appartate. E vivono nel culto di quello che considerano il loro Grande Fratello. Lo stesso ruolo che in fondo gli ha affidato Silvio Berlusconi, concedendogli il compito di stare alla sua destra. Almeno fino a quando reggerà lo scudo del Lodo.
ha collaborato Cristina Genesin
(23 settembre 2009)
franky
Sep 28 2009, 04:21 PM
da noi,ai politici,certe domande non si possono fare.................
Sulla stampa estera spazio all'inchiesta sul programma che "ha osato rivelare gli scandali"
Ancora ironia sulla nuova gaffe di Berlusconi e gli Obama "abbronzati"
Times: "La prima volta di AnnoZero"
e Brown risponde alle "domande" Bbc
Il premier britannico incalzato sui suoi problemi di salute: "Capisco, fate bene a porre questioni"
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
Times: "La prima volta di AnnoZero" e Brown risponde alle "domande" Bbc
Gordon Brown durante l'intervista con Andrew Marr
LONDRA - Due temi del caso Berlusconi attirano oggi l'attenzione dei media internazionali: la richiesta di un'inchiesta e di interventi disciplinari sulla Rai per la trasmissione televisiva "che per la prima volta" ha raccontato agli italiani i particolari dello scandalo sessuale riguardante il primo ministro; e l'ennesima "gaffe" del Cavaliere, che ha si è divertito a definire "abbronzata" anche la first-lady Michelle Obama, come aveva già fatto tempo fa con il presidente americano.
La questione delle accuse di imparzialità al programma "Anno Zero" di Michele Santoro, mosse dai leader della maggioranza di centro-destra, coincide qui a Londra con una storia in prima pagina su tutti i giornali che sottolinea la diversità di comportamento - e la libertà di farlo - da parte della televisione pubblica britannica: Andrew Marr, il volto più famoso del giornalismo in tivù, ha intervistato domenica in diretta sul primo canale della Bbc il primo ministro Gordon Brown, per parlare del congresso annuale del partito laburista, che si svolge in questi giorni a Brighton, delle elezioni di primavera in cui il Labour viene dato per sconfitto dai conservatori e delle crescenti pressioni su Brown stesso affinché si dimetta subito, permettendo al partito di andare al voto con un nuovo, più carismatico leader.
A questo proposito, a un certo punto Marr ha chiesto al premier: "In America la salute del presidente è scrutinata senza limiti dai media. Ci sono voci che circolano da tempo nel nostro palazzo della politica. Molta gente prende tranquillanti e altri medicinali per tirare avanti in momenti di stress, lei li prende?". Brown è rimasto sconcertato, sorpreso, ha smentito rapidamente: "No, non li prendo". Poi ha parlato di un altro suo problema di salute, il pericolo di cecità (non ci vede da un occhio per un incidente giovanile durante una partita di rugby e la vista dell'altro occhio è sottoposta a periodici controlli). La domanda era particolarmente pertinente perché, secondo alcune indiscrezioni, Brown potrebbe dimettersi citando ragioni di salute, una via di uscita più onorevole, anziché ragioni politiche. In ogni caso, per quanto chiaramente a disagio, il primo ministro ha poi concluso la sua risposta dicendo: "Capisco che lei magari faccia bene a fare queste domande". Oggi televisioni e giornali britannici dedicano ampio spazio a questo episodio.
Riguardo alle vicende di casa nostra, il Times di Londra comincia così una corrispondenza da Roma: "Per la prima volta molti italiani hanno appreso che il loro primo ministro è andato a letto con una prostituta. Adesso il programma televisivo che ha osato discutere lo scandalo di sesso attorno a Silvio Berlusconi viene investigato su ordini del governo, dopo che vari ministri lo hanno giudicato troppo parziale". L'articolo ricorda che, nonostante largo spazio dedicato alla questione da giornali nazionali e stranieri, lo scandalo ha ricevuto "scarso rilievo alla televisione, la principale fonte di notizie per la maggioranza degli italiani". Il Times sottolinea che "oltre cinque milioni di persone hanno guardato Anno Zero, che comprendeva la prima intervista televisiva a Patrizia D'Addario, la escort al centro della storia. Il quotidiano londinese osserva che la messa in onda di AnnoZero è giunta poco prima di "un altro test per Berlusconi", la decisione che dovrà prendere il mese prossimo la Corte Costituzionale sulla validità "della legge fatta apparovare dal primo ministro che gli concede l'immunità giudiziaria".
Anche il quotidiano spagnolo El Mundo titola un servizio sulla polemica contro AnnoZero: "Indagano la Rai per le critiche rivolte a Berlusconi da un programma", affermando che si tratta di una fra le tante iniziative controverse che minacciano la libertà di stampa in Italia e ricordando la manifestazione in difesa della libertà di stampa che si terrà questo sabato a Roma e in altre città.
Molti giornali riportano poi la battuta di Berlusconi su Michelle Obama, parlando alla festa del Partito della Libertà, al ritorno dal vertice del G20 a Pittsburgh: "Vi porto i saluti di una persona che si chiama, non ricordo bene, una persona abbronzata, Barack Obama! Non ci crederete, ma vanno a prendere il sole in coppia, anche sua moglie è abbronzata". Il Daily Telegraph ricorda l'apparente riluttanza con cui la first-lady ha salutato il premier italiano a Pittsburgh, stringendogli poco calorosament la mano anziché baciarlo come ha fatto con tutti gli altri leader. Anche l'Irish Independent, Le Monde, Libération riportano la nuova gaffe di Berlusconi sugli Obama, ricordando che il premier avesse già definito una volta Obama come "abbronzato", giustificandosi dicendo che si trattava di un modo "affettuoso" di chiamarlo. La rete inglese Sbs World News ripete per l'occasione "le dieci maggiori gaffe di Berlusconi".
E al nostro premier allude ironicamente anche Suzy Menkes, decana dei giornalisti di moda, scrivendo sull'Herald Tribune, a proposito delle sfilate milanesi di questi giorni che "in città ci sono abbastanza abiti sexy da addobbare uno dei controversi party di Silvio Berlusconi". Titola il servizio l'edizione internazionale del New York Times, per spiegare la scelta più audace delle collezioni di quest'anno di Armani, Pucci, Bottega Veneta: "Blame it on Berlusconi". Date la colpa a Berlusconi.
(28 settembre 2009)