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Versione completa: la meta
Ilsolenellavita > Aquiloneblu > Aquiloneblu
Pape
è strano come tutto abbia perso importanza. se ci penso, è come se tutto riguardasse un'altra persona. o forse no, se riguarda un'altra persona è ancora importante. è come se tutto riguardasse il personaggio di un film o di un libro. come se non avendo più una meta non contasse più nemmeno il cammino fatto finora, il punto di partenza, i bivi trivi e quadrivi e ennivi superati. e niente. è che ho riguardato qualche quadernino del liceo e ho visto che ero incazzata. ero una persona incazzata, al liceo, indubitabile anche per un arido tecnico. si vede da ogni pagina, da ogni disegno, da ogni nota. quaderni pieni di rabbia da chiedermi com'è che non sono esplosa a scuola spargendo pezzetti su pareti e soffitti e banchi e lavagna. e nulla. probabilmente ero incazzata fino a pochi anni fa, forse rileggere scritti recenti che invece grazie a dio ho cancellato mi farebbe lo stesso o peggior effetto. ero incazzata, ma molto. e poi son passata al fottermene, e boh, non è una gran perdita, 'fanculo alla meta.
Enkidu
ho appena avuto un immagine molto adatta a questa riflessione. "distante e freddo come l'alba su Plutone"
Pape
"Ciò che ti accade non ti riguarda se al contempo non riguarda più nessuno"
uhm, è questa la citazione più adatta, credo, per quanto mi stranisca citare Aldo Busi
foglia
plutone ha un periodo di rotazione di -6,4 giorni, il che mi fa pensare a quante albe si potrebbe assistere in un anno terrestre e quale intervallo temporale possa esserci fra un'alba e un tramonto su quel pianeta che pianeta non è. leggo su wikipedia che è considerato un pianeta nano.
quando sto molto male mi viene sempre un'immagine che non ha bisogno di vagare nello spazio, ma si ferma su un punto qualunque dell'oceano atlantico, verso nord, dove c'è solo acqua, acqua, acqua e nient'altro che acqua se non all'orizzonte una sottile linea, talvolta visibile, a separarla dal cielo.
e quando sono lì, con la mente immagino eventuali abitanti di quelle acque assistere a innumerevoli, infinite albe dalla nascita alla morte, sempre uguali se non nelle chiarissime sfumature argentee degli azzurrini e dei verdi e dei violetti. quella è l'immagine, per me, della tranquillità...ma anche della monotonia.
non so perchè ho scritto tutto questo.
Pape
che poi, a ripensarci, probabilmente non avevo capito nulla. Dico, di questo improvviso star bene che mi stupisce ancora. Dico star bene, per dire questa cosa che in genere definisco indifferenza, e che è un non pensarci, una specie di incoscienza di me, un boh, una cosa nuova e diversa dal rimuginamento perenne, dal continuo lavorio e indefessa supervisione su tutto a cui ero abituata da vent'anni. Son circa due anni che è così ma ancora non mi ci abituo, non so se è morta o dormiente la bambina o la matrigna o il superio o il nonsochecazzoè. C'è silenzio, e pace. E forse è star bene, questo. Forse ho fatto pace. Forse è successo, a parte tutte le minchiate, proprio perchè è morto babbo. Cioè, non perchè. Che lui non c'entrava nulla, e forse è stata una mancanza anche non entrarci, ma non gliel'ho mai imputata. Ma per le consgeuenze su mamma, per come è stata male poi, per la sperdutezza che ho visto, e soprattutto per la richiesta esagerata di aiuto esagerato che rivolgeva a me, di tornare a casa, di tornare lì, che non ce la faceva che non ce la poteva fare. E forse perchè ho dovuto, davvero ho dovuto, definire qualcosa, finalmente. Perchè non potevo tornare. Potevo andarci più spesso, potevo esserci di più, ma non potevo tornare, nemmeno quando diceva come faccio, non ce la faccio, mi butto dal terrazzo. Non potevo. E ho dovuto imparare, imparare ad amarmi anche quando aprivo la sua porta con la paura che fosse successo davvero, ma non potevo, e non potevo perchè il rischio era che tornando avrei finito per buttarmi io, e allora devi scegliere, devi decidere se amarti o no, e ho deciso che si, prima io. E forse è anche il rovesciamento dei ruoli, in qualche modo. Da allora, anche adesso, per i prossimi decenni, dovrò sempre decidere cosa e quanto dovrò/potrò fare io per lei, non è più tempo di riflettere e rimuginare su quello che doveva e non ha fatto per me. E forse è anche aver capito, aver sbattuto, sulla necessità delle scelte, sulla necessità dell'abbandonare o semiabbandonare gli altri per sopravvivere, siano anche mamme, e forse si, siano anche figli, se non ce l'ho fatta io a occuparmi di tutto, con la mia pretesa di onnipotenza, figurati se poteva farcela chiunque altro.
Forse è questo lo star bene, la tanto agognata "normalità", e non so nemmeno riconoscerla con certezza.
manu
:*

emi
Pape
Ed anche adesso, è stato comunque un diverso star male. Star male, poi. Niente a che vedere con l'angoscia che arrivava prima. Credo che sia, semplicemente, la solita crisi di panico delle nuove amicizie. Mi sto affezionando di nuovo, per la prima volta dopo anni, e rendermi conto all'improvviso che si, ci tengo, e si, mi fido, almeno per come posso fidarmi io, e si, insomma, quelle cose lì, mi squilibra sempre un po'. Ma mi rendo anche conto che è diverso, adesso. Ci son cose che adesso posso ammettere, paure e debolezze che posso confessare, aspetti di me su cui posso scherzare. E' la prima volta, credo, che la questione del parlare o non parlare del gioco non è centrale, potrà succedere o non succedere, ma non la vedo più come un nodo insuperabile, come un qualcosa che serve a definirmi, a spiegarmi, qualcosa da raccontare per essere capita e perdonata, qualcosa che devo decidere qui e ora se fare o non fare. Oddio, senza contare, ci impiegavo anni, nel mondo qua fuori. Paure, confusioni, vai e vieni, si, no, forse, argh no, ma si dai.
Star male, mah. Prima inacidivo, quando stavo male, cercavo in ogni modo di farmi sfanculare. Adesso mi accorgo di essere quasi più gentile, pur nel mio modo sghembo, adesso prevale comunque la voglia di non essere stronza e, si, l'affetto e la preoccupazione di non essere troppo scostante. Star male? boh, si, un po' è un periodo che rivango, mi scopro all'improvviso a chiedermi cosa è successo dopo, cosa è successo quando è tornato a. quel pomeriggio, cosa è successo poi, quando ci siamo rivisti. Ma, nel frattempo, continuo a esserci, un po' meno, si, ma non sparisco del tutto in altri mondi, rispondo, reagisco, un po', addirittura, partecipo. Deve essere, soprattutto, che adesso so cos'è. So le parole, non più tutte, no, qualcuna comincia a sbiadire, ma comincia a sbiadire per inutilizzo, perchè non ci penso più di continuo, perchè non mi ripeto senza pause la filastrocca cercando sensi nascosti e punti di vista altrui. Ho smesso di chiedermi se è stato grave e quanto tirar seghe e andare a chiedere di rifarlo, perchè ho capito che non è quello il punto, non è stato quello ma l'intervento maldestro, e non sono andata a ribussare perchè mi era piaciuto. Ed è importante, si, sapere che è stato così, sapere come è stato, sapere che il come sono io viene da lì, anche da lì, ma non sono più lì, non sono più quello, non solo, non sempre.
E niente, grazie. Perché ad aquilone mi portarono i bimbi, si, ma qua mi ci ha portato aquilone. Perché adesso mi accorgo davvero che parlarne serviva, è servito, che attraverso le parole, e gli affetti, e gli incontri e i mancati incontri, le cose finalmente vissute anche se maldestramente e troppo e tutto quanto, ho ... abbiamo... dato un posto alle cose e le posso ... non so cosa, ma ora le conosco, posso rileggere il mio percorso e posso seguire in qualche modo i fili che mi hanno portato fin qua, posso arrivare fino al punto dove si son rotti e guardare dall'altra parte, e "accettare" quella rottura, sapere che da lì in poi ho seguito un'altra strada, che sono altro da quello da sarei stata ma questo sono, e c'è di nuovo una linearità e una coerenza. E insomma, niente, avevo iniziato a scrivere diversi giorni fa, poi oggi ho riletto un thread qui, aquiloneblu, e si, vedere le cose, definirle, dare nomi, conoscerle, serve, altrochè se serve, e insomma, non lo posso scrivere lì, però volevo scriverlo che, insomma, grazie.
Pape
c'è una cosa che non so se ne ho mai scritto, non so nemmeno se la sapevo. L'ho notata da poco e mi ha colpita. Non ricordo nulla di me, prima. Voglio dire, ricordo qualche episodio, ma così, come fotografie, non ricordo emozioni, pensieri, sogni, desideri. L'altra sera ho passato un po' di tempo a ricercare e riguardare le foto di quando ero piccola. In realtà cercavo foto di quel periodo, ma mi sa che non ce ne sono, a giudicare dalla possibile età del fratellino le foto si fermano al 1980, e poi riprendono dopo la nascita del bimbo, molti anni dopo. C'è un buco che coincide con altri problemi in casa, la cassa integrazione, la mezza depressione, le incazzature perenni, e non ci sono foto. Ma ci sono di prima, e ci sono foto di una bambina... come dire, normale. Stavo in braccio alle zie e agli zii, seduta sul divano mi poggiavo alla zia o a mamma, abbracci con babbo e coi fratelli, sorrisi, gonne, cose normali. Dopo non c'è stato più e lo ricordo, ricordo le proteste dei parenti perchè rifiutavo di baciare o di farmi abbracciare, ricordo che sfuggivo e stavo sempre in camera, altro che vicini sul divano. Ma vabbè, fin lì lo sapevo, che ero cambiata e come sono cambiata dico. Ma quello che m iha colpito e che non riesco a levarmi dalla testa è che non so nulla di me.
Se guardo quella bambina nella foto non la riconosco. Non so cosa pensava, non so cosa sognava, non so cosa sentiva, non so nulla di lei, le uniche cose che riesco a recuperare sono la perplessità per quel gioco e l'angoscia di quel pomeriggio in cortile. E invece, credo che il dolore di vedere una bambina di nove anni ridotta a quelle due cose sia tutto mio, mio di adesso, che ho impiegato trent'anni per imparare ad avere pietà di me. C'è un buco, un altro. Non è solo quello che si diceva in forum, che in quei momenti è mancata la mamma e poi la cerchi in ogni rapporto ecc ecc ecc. è anche che mi manco io. Non ho ricordi d'infanzia, se non vaghi episodi isolati dal resto, e solo ricordi di fatti, ma non di emozioni. Non so cos'ero, se non per quanto riesco a ricostruire dai vaghi ricordi e dalle foto, ma non ho ricordi emotivi, non c'è continuità, non c'è nemmeno coscienza di. Emotivamente, c'è una bambina che è morta a nove anni e un'altra cosa che è nata in quei giorni, con una separatezza totale. Ho l'impressione che le mura, gli steccati, tutte le barriere solite non sono solo rivolte all'esterno, a difendermi dalla altrui vicinanza, ma anche e forse soprattutto verso l'interno, verso la me di prima, e non so, non so se può essere, mi viene da dire verso la me che si è fatta fregare, e non so se può essere disprezzo, delusione, svilimento, non so come dirlo, non so se può essere ancora qualcosa del genere.
Pape
Diceva ieri Emanuele Severino, per quel che ho seguito dopo decenni di disabitudine alla filosofia, che ogni istante è eterno. Il ricordo non è memoria di cose che sono state e non ci sono più, ma qualcosa che è. Posso, quindi, sentirmi meno idiota, adesso. Nel mio infimo, scrivevo l'altro giorno nel diario (ho ripreso un nuovo diario, ho bisogno di nuovo di scrivere tra me e me il più delle cose mie) di quando il marmocchio era marmocchio, e la notte dovevo spingergli il letto ben contro il muro, e rimboccargli per bene le coperte, in modo che il mostro che abitava sotto il letto non potesse afferrarlo durante la notte. E poi dovevo guardare sotto il letto, verificare che il mostro fosse al suo posto, e dare la buonanotte anche a lui.
Succede una cosa del genere. Ogni tanto ho bisogno di prendermi qualche giorno per rimboccarmi le coperte, risistemare i mostri sotto il letto, e dar loro la buonanotte. Non sono i ricordi che fanno male, non i ricordi delle cose successe e passate e non più qui, ma i mostri attuali ed eterni che ogni tanto scappano, avranno anche loro bisogno di sgranchirsi, poveri. Mi piace, anche, vederla così. Mi piace, anche, questo nuovo e strano "affetto" per le mie paure e i miei guasti. E' un far male diverso, più malinconico e quasi dolce, e sono anche meno incazzata. E' quasi come aver raggiunto la bambina in cortile, e voler stare lì ogni volta che ne ha bisogno. E, dopo tutto, la meta forse era questa.
Pape
un'altra cosa mi è saltata in mente prima. e non so perchè, ma la devo scrivere qua. ho scritto spesso del "tirar seghe". prima che non poteva aver fatto danno, poi che ecc. ma tendo quasi a rimuovere che non è stato solo quello. c'era anche l'altra parte del gioco, c'era anche quando lui mi toccava. e non riesco mai a soffermarmici. o meglio, per lungo tempo ho pensato che, siccome ero andata a chiedergli di rifarlo, probabilmente mi era piaciuto. del resto, però, ricordo benissimo che mi chiedeva come preferivo, se più su o più in giù, e che rispondevo a caso, tanto per accontentarlo, ma in realtà non capivo cosa avrebbe dovuto piacermi, e c'era solo imbarazzo e vergogna. ecco, credo di aver lasciato finora sola la bambina con quell'imbarazzo, e con quella impossibilità di esprimere quello che davvero provava, e con la necessità, invece, di esprimere quello che lui si aspettava, o quello che pensavo che lui si aspettasse.
ed era lì. voglio dire, era tutto lì l'imbarazzo e la vergogna. tirar seghe no, o molto meno, più che altro mi spaventavo a vedere il glande scoperto, non capivo come potesse piacergli, mi sembrava che semmai dovesse fargli male, ma insomma. ma era quando toccava a me sdraiarmi che arrivava davvero l'angoscia.
ed è ... boh, non so, ma mi sembra che sto arrivando a sentire finalmente pietà per me lì. ricordo quando m. aveva quattro o cinque anni, forse. c'era a. in ferie, e l'avevano messo in mezzo. gli chiedevano se preferiva andare al mare con me o con a., m. fiutava la fregatura ed era dubbioso e perplesso, e difatti a. gli diceva minaccioso guarda che non ti porto più, ahah. lo vedevo lì che non sapeva cosa dire e gli ho detto all'orecchio dai, io ti porto lo stesso. sollevato, ha detto che preferiva andare con a., poi è corso a rassicurarmi.
c'entra nulla, ma ecco, mi sembra che riesco, adesso, ad avere per me la stessa pena che ho avuto per m. allora, per il bimbo che davvero non sapeva che fare e che dire per non scontentare nessuno e non essere abbandonato. e boh, niente. ho anche l'impressione che capirlo trent'anni dopo serva a un cazzo, comunque, i tutori alle piante si mettono quando son giovani, dopo che son cresciute storte amen e 'fanculo. son qua a smacchiare i giaguari, si.
Pape
vabbè, non è vero che non serve. magari non cambio granchè fuori (e non è vero neanche questo), ma sto decisamente meglio dentro. le botte di angoscia di prima sono un ricordo vago, mi sembra quasi che non ero io quando cercavo disperatamente una porta da chiudere a chiave e spegnevo il telefono e non potevo davvero non potevo sentire nessuno. serve, altro che non serve. e cambio anche fuori, non ho più necessità di nascondermi. si, certo, non è che vado in giro a raccontare i cazzi miei, ma posso ammettere e parlare tranquillamente delle mie stramberie, del fatto che comunque sono diversa, irrimediabilmente diversa dal 99,9% delle ragaz... ehm, anziane signore della mia età. ho smesso di vergognarmene, o di considerarlo una colpa, o di considerarlo un indizio troppo evidente di guasto, o di voler essere qualcosa di diverso, o di non lo so, ma insomma, adesso mi va bene essere quello che sono ed allora non è vero che non serve a nulla. li ho smacchiati i giaguari, altro che.
Pape
http://bucchi.blogautore.repubblica.it/201...1/in-principio/

Zillo ha appena quattro anni, e già compone piccole poesie. A due ha già manifestato grande interesse per la scrittura. A tre sa già decifrare la maggior parte delle scritte che incontra sui muri. La zia, che lo porta a spasso, viene costretta a spiegargliene il significato. La madre, non la vede così spesso. La nonna paterna, Alaide Tribbioli, che ha fatto il magistero e legge spesso di psicologia, sostiene che quello che si viene creando fra Zillo e i genitori (il padre scrive ogni tanto alla moglie dall’’ufficio non dimenticandosi mai dei baci per il piccolo) è un rapporto pieno e maturo, di gran lunga superiore ai normali e infantilistici rapporti fra genitori e figli. A cinque anni Zillo impara dalla nonna a fare le parole crociate. A sei sa decifrare i rebus. Da tre anni ha già smesso di piangere.

Se il mondo esiste, pensa Zillo, è soltanto perchè qualcuno lo possa esprimere con le parole. Le loro possibilità di relazione sono praticamente infinite. Le parole si amano o si odiano fra loro. Oppure possono convivere, ignorarsi, schernirsi, aiutarsi, fuggire. Il mondo delle parole è talmente preciso e ambiguo che può vantaggiosamente sostituire il mondo delle relazioni e dei sentimenti, che Zillo intuisce come pericoloso e non obbiettivo. Quello può andar bene per chi non sia così esigente. E’ così che Zillo scava piano piano un vuoto dentro se stesso perchè vuole diventare uno straordinario contenitore di parole. Una virgola che cambi dentro un testo, una vocale diversa, una consonante che raddoppi, un punto, possono stravolgere il significato di tutto un discorso, quindi di tutta la realtà. Nessuno lo sa come lui.

Qualche volta Zillo si sveglia la notte, perfettamente lucido, e con cautela sonda, delle parole, accostamenti e significati. Non è solo divertimento, è pienezza di vita, gioco, potenza, rapporto. Sorride fra sé nel buio. Qualche volta, ma molto di rado, viene sorpreso dall’incontro fra le parole e dai nuovi irrompenti significati, e ride sommessamente. La sicurezza è cambiare senso al mondo.
Pape
Mi accorgo di una cosa. Come mi viene meno il puntiglio da doctor in utroque di voler capire come si è arrivati a questa mia condanna capitale, così mi viene meno la curiosità impaurita sul modo della morte. Non riesce più a interessarmi nè l'odio sardo degli Aymerich, nè l'arte del carnefice. E' meglio vivere il presente, per quanto impaurito, non il futuro che minaccia, non il passato che m'imbratta il cuore. Dopo tanto inquisire, del mio passato aspetto in visita ciò che mi viene, non lo chiamo a rapporto, non gli mando ingiunzioni indagatrici. Mi sembra, ora che devo accomiatarmi da ogni cosa e da ognuno e perfino da me stesso, che la memoria ha lavorato per suo conto a modo suo. Tanto poi moriamo senza capire che cosa ci è successo, senza riuscire a dare un paesaggio all'aldilà.

Giulio Angioni, Le fiamme di Toledo
Pape
guardavo Criminal minds, l'altro giorno. Disse una tizia dell'Unità, "se hai un segreto così grande, la vita diventa una menzogna".
E' l'ultimo problema, quello insolubile. Tutto l'altro si è sciolto, in qualche modo. Ho perso per strada sensi di colpa, sensi di inadeguatezza, paure, insicurezze, ansie d'abbandoni, ricerche di mamme, bisogni di affetti e calori e parole parole parole, se n'è andato tutto e non so nemmeno bene come e perchè, nè quando. Mi basta il bimbo, e la bestia. Incredibile, magari bastava prendere un cane un po' di tempo fa, per completare il lavoro del bimbo. Oppure no, forse era quello il momento giusto per prendere un cane. Boh, comunque. E gli amici, si. Ho raggiunto certezze, senza che sia cambiato nulla. Chiedo senza panico, incasso eventuali e rari no senza che crolli il cielo. Ma resta quel dettaglio, piccolo, quasi insignificante nella banalità dei giorni. La vita è una menzogna, senza scampo.
Vedono una persona diversa da quella che sono. E non è solo questone di prospettive, di quello che penso di essere perchè mi vedo da qua, ma da là si vede altro e quindi, si, sono altro. E' proprio che c'è sempre una parte che resta nascosta, e no, non è più la bambina che frigna, non è solo quella, non so nemmeno se frigna ancora davvero e nemmeno se c'è.
querelle
CITAZIONE (Pape @ Oct 20 2011, 09:59 AM) *
E' proprio che c'è sempre una parte che resta nascosta



Se ti va, potresti espandere questo concetto? Mi interessa...ciao wink.gif
Pape
Ciao smile.gif Dunque. premesso che sono del tutto incapace di verbalizzare e manifestare le emozioni... o meglio, gli affetti. Non riesco a dire parole, non riesco ad agire, non riesco nemmeno ad accettare gesti affettuosi. Recito indifferenza e cinismo. E fin qua, ok, non è che la gente, almeno chi mi conosce un po', ci creda più di tanto. Voglio dire, alle persone che m'interessano riesco in qualche modo a comunicarlo. Però, non basta. Ho due modalità, on e off. Ti voglio bene, non me ne sbatte nulla. Se non me ne sbatte nulla, non mi accorgo nemmeno che esisti. Non ci sei, non ti vedo, se mi dici che hai sete e io ho davanti una caraffa d'acqua non ti offro da bere, ma solo perchè non ci penso. Se mi dici mi dai un bicchiere d'acqua, allora si, volentieri, anche tre, ma se mi dici solo che hai sete no, non ci penso, non faccio i collegamenti tra i tuoi bisogni e quello che potrei fare io. Se ti voglio bene, allora si. Se mi dici che hai sete, ti scavo un pozzo in mezzo al Sahara e ti porto su un intero lago. Se hai problemi pratici, il pc che si pianta, un tubo che perde, un foglio di excel da sistemare io arrivo. Ma finisce lì, non riesco a parlare, non riesco ad esprimere, non riesco ad essere di sostegno, non riesco ad _esserci_. E no, non è la bambina che si nasconde, semmai è la bambina ad esserci. Ed è l'adulta che resta nascosta, coi pensieri più complessi, con le emozioni più elaborate, quelle che pure riesco a pensare, che le parole le so, le so tutte, ma che non conosco il modo di esternare. Non lo so fare, so le parole ma non so come si dicono, so i gesti ma non so come si agiscono. Come sapere a memoria i passi di una danza, ma essere paralizzati.
Ma forse, pensavo poi stamattina, non è nemmeno vero che mi nascondo, forse quella parte realmente non esiste. La immagino soltanto, esiste solo nei miei pensieri, ma non nella realtà, e per questo non sa agire nè parlare nel mondo vero. Come un paralitico che studia i passi di danza fino a saperli a memoria, che si immagina danzare, ma nella realtà è esattamente paralizzato, esattamente quello che si vede fuori e da fuori. Tutto il resto, l'immaginarsi danzare, serve a sopravvivere, e forse è così per tutti, e per me il problema di fondo è il sapere che è solo un sogno.



Pape
e poi ho riletto alcune mail, nei giorni scorsi. ho capito che capivo la metà della metà delle cose, e forse ancora la metà. di buono c'è che lo sapevo, che coglievo molto meno di quello che c'era, che tanto le cose non le capisci finchè non sei pronto, ed io sono abbastanza lenta. ho capito che mi si diceva già dalle prime mail cose che mi servivano, che mi sarebbero servite, che mi servono adesso, e che solo ora riesco a vedere. aveva ragione su tutta la linea, e non so se devo più scuse o ringraziamenti, per quanto possano servire oggi.
Pape
è che in questi giorni, c'ho ancora da focalizzare, ma è abbastanza chiaro e nitido, ho capito davvero che non avevo scelta. finora mi limitavo al pensare che non avrei potuto dirgli di no, mi era abbastanza chiaro, vedendo i bimbi poi, che non avrei mai potuto pensare che sbagliasse, che mi chiedesse cose sbagliate, che avrei potuto rifiutare. in realtà, se anche per assurdo avessi potuto, sarebbe stata comunque una scelta sbagliata. ero in trappola, e non c'era nessuna via di fuga possibile. accettare il tradimento o tradire, sarebbe stato comunque mortale. a destra il burrone e a sinistra le fiamme, e l'opzione fiamme nemmeno la potevo vedere, ma vabbè, non è questo che importa adesso. preda, solo ora capisco l'esattezza, e l'importanza, della parola. solo così posso pensare, almeno pensare, finalmente, un convinto vaffanculo, ad A., a G., a mamma, a zii e zie, a tutti quelli che sapevano e hanno deciso di fottersene, a tutti quelli che negli anni successivi mi hanno visto spegnermi e non hanno capito un cazzo, e non importa se non hanno collegato perchè avevano già dimenticato o se hanno deciso che era più comodo così. vedo la bambina, finalmente, e vedendo la bambina, si, è chiaro che delle ragioni degli altri non me ne può fottere nulla, non possono nemmeno _esistere_ ragioni degli altri.
Pape
E insomma, ero già fregata dall'inizio. Sinora non lo sapevo, direi, non così almeno. Potevo pensare che se fosse finita diversamente avrei potuto in qualche modo salvarmi. Trascuravo il tradimento iniziale, il tradimento mio da parte mia, necessario e inevitabile, ma comunque. Dovevo scegliere tra me e a., e ovviamente potevo scegliere solo a. Ho imparato a negarmi, quel giorno. Ho continuato a negarmi qando gli dicevo che mi piaceva, di più così oppure così, boh. L'epilogo ha aggiunto merda a merda, spiegandomi che era stata comunque una scelta sbagliata e pure colpevole. Sembra stupido, adesso, averci impiegato trent'anni, eppure, a ripensarci, a rileggere le prime pagine del diario, ci trovo una qualche coerenza. Ci ho impiegato tanto perchè ho ripercorso tutto, senza scorciatoie. Ho vissuto quello che avrei dovuto vivere accompagnando il bimbo e poi l'altro bimbo, e poi in forum, e intanto che lo vivevo lo studiavo e analizzavo, e intanto che facevo tutto ciò facevo anche tutto il resto, arrancando e strisciando a volte, ma tutto sommato senza fermate. E ora, boh, mi sembra che quello che potevo risolvere, l'ho risolto. Mi sembra che manca ancora qualcosa, del possibile perlomeno. Per i miracoli mi devo attrezzare, ancora. Ma dovrei imparare a parlarne, almeno con chi si può.
E' che, non lo so se avrebbe senso dirlo. Ogni tanto capita l'occasione, c'ho troppe stranezze e troppe stramberie e troppe diversità, e ci sarebbero tante cose da spiegare e potrei spiegarle solo raccontando le cose successe e le conseguenze e la deviazione dalla strada che probabilmente avrei seguito, e che probabilmente sarebbe stata quella di qualunque adolescente normale e avrei fatto e imparato le cose che facevano e imparavano le mie amiche a quell'età e adesso sarei normale, qualunque cosa voglia dire essere normale. E invece c'è stata quella frana che mi ha fatto cambiare strada e sono questa roba qua, che si, certo, io adesso di mio non sento più tanto l'esigenza di spiegarmi e giustificarmi, però è ovvio che gli altri si fanno domande e, almeno in qualche caso, è sbagliato che io non dia mai risposte. Intendo, si, ok, adesso sono questa cosa qua e vabbè, è una roba abbastanza coerente e... uff, funzionale... insomma, riesco a essere abbastanza quello che vorrei, a parte la solita indistruttibile afasia affettiva che su quello non so proprio cosa farci, a parte che vabbè, credo che ormai riesco a comunicare abbastanza in modo non verbale, e non gestuale, e non so cosa, ma insomma, mi sembra che chi vuol capire capisce, e gli altri affanculo.
Ma è questione di ... non so. E' questione.
E' che "se hai un segreto così grande, la vita diventa una menzogna".
E' un dettaglio, piccolo, quasi insignificante nella banalità dei giorni. Se non puoi raccontarti, la vita è una menzogna, senza scampo. Probabilmente avrebbe senso.
Pape
anni fa mi sforzavo di visualizzare bambine che facevano quelle cose, le disegnavo per riuscire a vederle e rendermi conto che si, era davvero stato grave, erano davvero cose che non avrebbe dovuto chiedermi, era davvero stata una cosa tale da smontarmi e piallarmi. adesso cambio esercizio. quello che non riesco a capire, in un modo molto più... come dire, intenso, reale, concreto, di prima, è come abbia potuto mamma. come puoi vedere una bambina, figlia, ma anche non figlia, che ha subito quelle cose e cacciarla così, stai zitta e vai a giocare, tu. come puoi lasciarla lì da sola quella sera, e lasciarla lì da sola negli anni a seguire, vedere che si sta spegnendo e non fare nulla, o, e forse è peggio, come puoi non vedere. Ognuno ha le sue montagne invalicabili, e vabbè, ma io le mie montagne invalicabili le ho scalate a diciott'anni per accompagnare il bambino, senza che avesse subito nulla di lontanamente paragonabile, ma a vederlo di fronte a difficoltà che _non poteva_ affrontare non mi sarei mai permessa di girarmi dall'altra parte. provo a immaginarmi adesso, di fronte a una bambina anche non figlia nella situazione in cui ero allora, provo a immaginarmi che le dico di tacere e andarsene, e che poi me ne dimentico. e non ce la faccio. non mi sembra una cosa possibile, fattibile, immaginabile. nemmeno se non fosse mia figlia, nemmeno se fosse un'adulta e non una bambina, nemmeno se. le trovavo un sacco di giustificazioni prima, le difficoltà coi ragazzi, il fratellino piccolo, i problemi con babbo, stress di qua e di là, ma ora, adesso che riesco a vedere la bambina, non riesco a capire come cazzo è stato possibile.
Pape
mah, è un periodo strano. un periodo lungo, strano. da qualche settimana rileggo qua e là, mail, thread del primo aquilone che ho tenuto da parte, post di blog, un po' tutto. leggo cose che pensavo di non sapere allora, e invece già le scrivevo, e quindi in qualche modo le sapevo. e fin qui, ok, non è insolito rileggere scritti vecchi e scoprire che avevo già scritto cose che m ismebravano nuove scoperte, dopo tutto, anzi, era proprio per quello che avevo iniziato a scrivere nel 1989, per non ricominciare ogni volta da capo.
ma è diverso. è come se ora le cose fossero passate davvero a un altro livello, più giù, più dentro. a volte mi stupisco di me, mi scopro a vivere inconsapevolmente, e quando me ne accorgo mi sembra quasi strano. mi scappano moti spontanei, apro un po' di più, offro qualcosa di me senza fare prima tutti i calcoli e le previsioni e i conti di bilancio. mi piace e insieme mi spaventa un po', è un po' come aver perso la copertina di linus, ritrovarsi senza scudo e armatura e scoprire anche che, dopo tutto, posso farne a meno. poi mi fermo, mi guardo, frugo nelle tasche per cercare le cose solite, e le trovo quasi vuote. si, certo, continuo a non capire per bene "gli altri", ho emozioni diverse, più rustiche forse, ma ... non so, ma non ho paura di non capire. o forse, ho più sicurezze sulle intuizioni, le capisco a grandi linee, mi basta intendere il quadro d'insieme, sui dettagli fa nulla, non ci capiamo, lo dico, dico direttamente che c'ho difficoltà di relazione, sono mica normale io, ridono e dicono di non dire cazzate proprio normale no ma insomma, e siamo tutti contenti. e boh, riesco ad affermare! riesco a dire se voglio o non voglio un cosa, se credo o non credo una cosa, e mi sembra con buon equilibrio, con più equilibrio di molti comunque, riesco a accettare mediazioni dove si può, a rifiutarle dove non posso, senza farne una questione di accettazione o rifiuto di me, senza mettermi tutta intera in cazzate, senza esaperare un no. e boh, è strano.
Pape
Avrei bisogno di parlarne. No, nemmeno, anche solo di _poterne parlare_. Ma non così, avrei bisogno di smettere di nascondermi, di poter dire le cose come sono. Come essere zoppi e poter dire che hai avuto un incidente che sei caduto sciando che ti hanno sparato a un piede, quello che è, ma non dover fare finta di camminare normalmente per non rischiare di dover rispondere, e immobilizzarti terrorizzata se vedi uno sguardo incuriosito e dire nono sto qua non devo andare da nessuna parte va bene così macchè zoppia macchè dolore faccio per gioco va bene così. Perchè si, posso dire che son difettata e scherzarci anche, ma non posso dire quanto ha fatto male e fa male ancora, certi giorni. E' il segreto che ti mangia dentro, resta solo quello a far male, a un certo punto, ma basta a corrodere e consumarti. Non è possibile, ovviamente. Non se ne può parlare come se fosse un incidente, o forse con qualcuno, con prudenza, con circospezione, che dopo tutto, c'ho gente da proteggere davvero. Si, certo, lo so che molto è a protezione di mamma e che invece potrei pensarne che si fotta, e forse dovrei, ma mi sembra che ci sarebbero due opzioni se sapesse, 1. che non capisca, e mi farei solo male, ma tanto male, 2. che capisca, ed è probabile che il male sarebbe più del bene. Ma soprattutto, senza dubbio alcuno, c'ho un bimbo che mi ha salvato la vita, e piuttosto che rischiare di fargli anche solo un graffio, piuttosto mi lascio corrodere, certo. E' una condanna a vita, comunque, per quanto lo elabori e per quanto lo capisci e per quanto un po' lo superi, resta la condanna eterna e senza sconti al segreto.
E si, è mamma il problema, adesso. Sto meglio quando se ne va, se resta qualche settimana al paese suo, sto molto meglio. Lo dico, anche, dove posso, la collega dice che son stronza, come fa a non mancarti, magari staresti meglio se morisse. Dico no, il bimbo studia, serve la sua pensione, io mica ce la farei a mantenerlo. Dice che son stronza. Dico di si, son stronza. Ma penso che forse si, che forse risolverebbe, che sarà terribile dovermene occupare quando sarà tempo, che non ce la farò. Prevalgono gli interessi del bimbo, ovviamente, sarebbe l'ideale se tornasse al paese suo, dovrei trovare il modo di dire che 'fanculo, non m'importa di trovare il pranzo pronto devo solo levarti dai coglioni. Dovrei andarmene.
Pape
Pensavo, che adesso posso. E adesso posso per un motivo semplicissimo. Adesso posso fidarmi di me. Adesso è passata l'idea che ..., che non c'è soluzione. Non c'è nessun rimedio possibile, nessuna guarigione, nessun imparare a. C'è, si, un imparare a far le cose, un imparare a vivere, ma è sempre diverso da quello che doveva essere. Può sembrare simile, a veder da fuori, ma è diverso, nei modi e nella sostanza, anche se faccio le stesse cose degli altri. Devo trovare modi diversi, modi che mi somiglino, e no, non sarà mai lo stesso, non potrò mai avere le stesse cose. Mi devo accontentare, si. Erano cazzate, le idee di non doversi accontentare, di dover cercare chissà che, di poter imparare a chiedere, di poter vivere pienamente. Cazzate, del tutto. Posso vivere bene, si, ma ricordando i limiti. Ci son cose che non posso fare, cose che non saprò mai dire, cose che non potrò mai avere. E' curioso come fosse in uno dei primi post miei, la coscienza del limite, il limite preciso dei rapporti affettivi possibili, il confine esatto della vicinanza ammissibile, la lucida coscienza che ci son cose, tante, che si possono avere, e cose, fondamentali, che non è più possibile, mai più. Dovevo accontentarmi, invece, come un po' tutti, del resto. Ho di che accontentarmi, del resto, avevo anche un po' di più, ma vabbè, ce n'è ancora abbastanza, e se ne trova sempre di nuovo. Adesso lo so, che non c'è soluzione e non c'è aiuto, posso anche smetterla di fingere. Il problema è solo quando dici che stai male con l'intenzione più o meno cosciente di cercare aiuto, ma se sai che non c'è aiuto allora si può anche parlare. Tanto, gli altri a difendersi son capaci benissimo, nessuno soffre davvero perchè non ti può aiutare, l'importante è solo non chiederglielo, nemmeno inconsciamente, se non glielo chiedi ascoltano sereni e sono orgogliosi di aver ascoltato e confortato e in qualche modo è persino vero, e non risolutivo, no, e lo sanno ma per non deluderli basta non dirglielo. E' una recita, ma è una recita sempre e comunque, e la fregatura è essere costretta a saperlo.
querelle
CITAZIONE (Pape @ Jan 1 2012, 12:00 AM) *
Pensavo, che adesso posso. E adesso posso per un motivo semplicissimo. Adesso posso fidarmi di me. Adesso è passata l'idea che ..., che non c'è soluzione. Non c'è nessun rimedio possibile, nessuna guarigione, nessun imparare a. C'è, si, un imparare a far le cose, un imparare a vivere, ma è sempre diverso da quello che doveva essere. Può sembrare simile, a veder da fuori, ma è diverso, nei modi e nella sostanza, anche se faccio le stesse cose degli altri. Devo trovare modi diversi, modi che mi somiglino, e no, non sarà mai lo stesso, non potrò mai avere le stesse cose. Mi devo accontentare, si. Erano cazzate, le idee di non doversi accontentare, di dover cercare chissà che, di poter imparare a chiedere, di poter vivere pienamente. Cazzate, del tutto. Posso vivere bene, si, ma ricordando i limiti. Ci son cose che non posso fare, cose che non saprò mai dire, cose che non potrò mai avere. E' curioso come fosse in uno dei primi post miei, la coscienza del limite, il limite preciso dei rapporti affettivi possibili, il confine esatto della vicinanza ammissibile, la lucida coscienza che ci son cose, tante, che si possono avere, e cose, fondamentali, che non è più possibile, mai più. Dovevo accontentarmi, invece, come un po' tutti, del resto. Ho di che accontentarmi, del resto, avevo anche un po' di più, ma vabbè, ce n'è ancora abbastanza, e se ne trova sempre di nuovo. Adesso lo so, che non c'è soluzione e non c'è aiuto, posso anche smetterla di fingere. Il problema è solo quando dici che stai male con l'intenzione più o meno cosciente di cercare aiuto, ma se sai che non c'è aiuto allora si può anche parlare. Tanto, gli altri a difendersi son capaci benissimo, nessuno soffre davvero perchè non ti può aiutare, l'importante è solo non chiederglielo, nemmeno inconsciamente, se non glielo chiedi ascoltano sereni e sono orgogliosi di aver ascoltato e confortato e in qualche modo è persino vero, e non risolutivo, no, e lo sanno ma per non deluderli basta non dirglielo. E' una recita, ma è una recita sempre e comunque, e la fregatura è essere costretta a saperlo.


In cosa consisterebbe questo aiuto che ti senti impossibilitata a ricevere? Te lo chiedo per capire se la cosa che vorresti esiste davvero...e se di fatto non esistesse?
Pape
ma no, querelle, non esiste smile.gif. In che consiste?, boh, tipo tornare ad un giorno di luglio del 1981 o giù di lì ed avere le cose spiegate per bene, invece di capirle, all'incirca, più o meno da sola tra venti e trent'anni dopo, con tutte le conseguenze più o meno pessime, tranne qualcuna che no, che ha avuto. Non so i termini tecnici, ma tipo uno degli ultimi episodi di Criminal Minds, dove il matto di turno cercava di rivivere ossessivamente una situazione passata, ed ogni volta che gliela rovinavano ammazzava tutti e ricominciava con qualcun altro. Se mi lasciavo fare usciva una cosa così, solo meno cruenta biggrin.gif
querelle
CITAZIONE (Pape @ Jan 1 2012, 07:59 PM) *
ma no, querelle, non esiste smile.gif. In che consiste?, boh, tipo tornare ad un giorno di luglio del 1981 o giù di lì ed avere le cose spiegate per bene, invece di capirle, all'incirca, più o meno da sola tra venti e trent'anni dopo, con tutte le conseguenze più o meno pessime, tranne qualcuna che no, che ha avuto. Non so i termini tecnici, ma tipo uno degli ultimi episodi di Criminal Minds, dove il matto di turno cercava di rivivere ossessivamente una situazione passata, ed ogni volta che gliela rovinavano ammazzava tutti e ricominciava con qualcun altro. Se mi lasciavo fare usciva una cosa così, solo meno cruenta biggrin.gif


Sono arenato sulla consapevolezza che il nostro pensiero sia il risultato del passato, o meglio che SIA proprio questo passato e niente altro...e quindi che fare?
No perchè la domanda successiva è che cosa rimane del nostro io oltre questo contenitore di esperienze passate.
Interessante l'aspetto della ripetizine ossessiva....ho la sensazione che al di la degli esiti cruenti o meno riguardi l'umanità intera.
Pape
Si, penso anch'io che sia inevitabilmente il risultato del pasato, la somma delle esperienze passate, qualcosa del genere. Il problema, probabilmente, è quando _una_ esperienza pretende di diventare così totalizzante e di condizionare tutto il resto. Credo che, per me, la salvezza, almeno parziale, sia stata proprio la necessità autoimposta di fare esperienze diverse, che alla lunga mi hanno condizionato pensieri diversi. All'arrivo di un fratellino, più piccolo di quindici anni, all'accorgermi che mi adorava come io avevo adorato i fratelloni miei, avevo saputo che non ovlevo che imparasse ad avere paura, che dovevo uscire da quella cazzo di camera e accompagnarlo in giro, e mi dicevo anche "sorridi, cazzo, sorridi, che lui imparerà da te", e dopo quasi venticinque anni si, un po' ha funzionato. Un bel po', se ripenso adesso a com'ero allora. Mi ha permesso di uscire quel tanto che bastava per aggiungere anche esperienze diverse con persone diverse, ed anche quello ha funzionato.
Però c'è ancora quel pezzettino di me che resta ancorato a quei fatti e di lì non si scosta, ed è una parte troppo intima, troppo profonda, troppo "primordiale", per poterci arrivare, e troppo distruttiva per lasciarla libera. C'è un qualcosa che non è disposto ad aggiungere nuove esperienze, ne a viverle nè tantomeno a lasciarsene modificare, e non c'è nessuno che possa convincerlo o rassicurarlo.
Pape
"No perchè la domanda successiva è che cosa rimane del nostro io oltre questo contenitore di esperienze passate."

Ripensavo ai primi anni dopo aver recuperato i ricordi, o mentre recuperavo i ricordi. Ero terrorizzata dalla possibilità di essere... come dire? di aver imparato da a. Mi rendevo conto di aver imparato più o meno tutto da lui, mi aveva insegnato a leggere a scrivere a disegnare a giocare a pallone a soldatini a tutto. Mi piaceva leggere, mi piaceva disegnare, mi piaceva giocare a calcio, ero la sua copia. Avevo letteralmente terrore di essere una copia anche nei guasti. Paura ossessiva di aver imparato "troppo", che fosse (fossi) tutto malato. Allora ho iniziato lo sventramento. Ho preso tutto, una cosa alla volta, tutti i fili che riuscivo a a discernere ed a seguire, per cercare di capire da dove venissero, se potevano essere pericolosi, se potevano portare a cose che non potevo pensare. Cos'è rimasto di me? boh, credo che non sarebbe rimasto nulla, se nel frattempo non fosse arrivato il bimbo. Avevo smontato tutto quello che potevo e credo di aver potuto salvare qualcosa, e ricostruire, solo per amore del marmocchio, e mi suona banale e zuccheroso a scriverlo, ma 'fanculo, è stato esattamente così. E non era banale e zuccheroso mentre succedeva, comunque. E resta poco altro. Ancora adesso è l'unico sentimento che riesco a dichiarare, è l'unico sicuramente pulito e di cui non ho pudore. Di tutto il resto avrei più o meno paura, tutti gli altri moti dello spirito si fondano sul nulla, sulle cose che ho sradicato ai tempi, se mi fermo a pensarci ho dubbi, non so mai bene da dove vengano, se siano limpidi o "conseguenze". La quasi salvezza attuale è che riesco a non fermarmi a pensarci, non è più sempre così ossessivamente indispensabile, riesco a dirmi "fanculo" con più facilità. Ma si, tolto il bimbo, di me c'è nulla, resta solo un'impalcatura malferma nascosta da una maschera decorata che dovrei continuamente risistemare e ridipingere, se non ne avessi le palle così tanto piene.
azzurra
CITAZIONE (Pape @ Jan 3 2012, 11:32 PM) *
"No perchè la domanda successiva è che cosa rimane del nostro io oltre questo contenitore di esperienze passate."

Ripensavo ai primi anni dopo aver recuperato i ricordi, o mentre recuperavo i ricordi. Ero terrorizzata dalla possibilità di essere... come dire? di aver imparato da a. Mi rendevo conto di aver imparato più o meno tutto da lui, mi aveva insegnato a leggere a scrivere a disegnare a giocare a pallone a soldatini a tutto. Mi piaceva leggere, mi piaceva disegnare, mi piaceva giocare a calcio, ero la sua copia. Avevo letteralmente terrore di essere una copia anche nei guasti. Paura ossessiva di aver imparato "troppo", che fosse (fossi) tutto malato. Allora ho iniziato lo sventramento. Ho preso tutto, una cosa alla volta, tutti i fili che riuscivo a a discernere ed a seguire, per cercare di capire da dove venissero, se potevano essere pericolosi, se potevano portare a cose che non potevo pensare. Cos'è rimasto di me? boh, credo che non sarebbe rimasto nulla, se nel frattempo non fosse arrivato il bimbo. Avevo smontato tutto quello che potevo e credo di aver potuto salvare qualcosa, e ricostruire, solo per amore del marmocchio, e mi suona banale e zuccheroso a scriverlo, ma 'fanculo, è stato esattamente così. E non era banale e zuccheroso mentre succedeva, comunque. E resta poco altro. Ancora adesso è l'unico sentimento che riesco a dichiarare, è l'unico sicuramente pulito e di cui non ho pudore. Di tutto il resto avrei più o meno paura, tutti gli altri moti dello spirito si fondano sul nulla, sulle cose che ho sradicato ai tempi, se mi fermo a pensarci ho dubbi, non so mai bene da dove vengano, se siano limpidi o "conseguenze". La quasi salvezza attuale è che riesco a non fermarmi a pensarci, non è più sempre così ossessivamente indispensabile, riesco a dirmi "fanculo" con più facilità. Ma si, tolto il bimbo, di me c'è nulla, resta solo un'impalcatura malferma nascosta da una maschera decorata che dovrei continuamente risistemare e ridipingere, se non ne avessi le palle così tanto piene.

Pape
il problema è che non si finisce mai. ricostruisci, ma devi continuare a ricostruire tutti i santi giorni. manutenzioni, ristrutturazioni, puntellamenti, riverniciature. sarà per questo che mi appassiona tanto il bricolage, ma farlo in casa mi piace, farlo su di me mi ha stufato. sarà che pensavo che si potesse "arrivare", in qualche modo, che esistesse una meta. poi arrivi quasi lì, quasi a toccarla, ti sembra a portata di mano, e di colpo scivola via a chilometri di distanza, e continua così, tu ti avvicini e quella si allontana. qualche giorno fa ho scovato un nuovo percorso, nelle scampagnate con la bestia, una salita su un monte a picco sulle scogliere, passando per un canalone di sabbia nudo e ripido. ad ogni passo salivo di mezzo metro e riscendevo di 49 centimetri, se non di più. una cosa così. anche parlare, pensavo che bastasse buttar fuori una volta, ma non è così. è stato utile, utilissimo, fondamentale. ma è passato tanto tempo, son cambiate tante cose, non basta più. ho bisogno, credo, di parlare con chi c'è adesso, di potermi spiegare ai nuovi affetti, di non nascondermi, qui e ora. raramente, ma ogni tanto capita qualcuno con cui mi sembra che potrei, che potrei provare a essere io, senza paura, che non mi farebbe male. lo credo anche davvero, che non mi farebbe male. ogni tanto accenno, la bambina mi sfugge e cerca di dire, ma poi, quando si tratta di decidere davvero, riprendo il controllo e mi viene paura. non di lei, non per me. mi chiedo perchè, perchè ho questa voglia di parlarne, cos'è questa urgenza, cosa mi aspetto, non penserai davvero di scaricare i tuoi pesi solo perchè capirebbe, mica l'essere intelligenti e attenti può diventare una colpa e mica ne puoi approfittare così, solo perchè sarebbe disponibile, a che servirebbe del resto, lo sai che non son possibili compensazioni e risarcimenti, smettila che ne ha già abbastanza, su dai. per certe cose non è cambiato nulla, magari son meno acida con me, magari frigna meno quando la fermo, però non si arriva mai da nessuna parte, e che due palle. spero nei maya.
Pape
Credo di aver capito stamattina. Che deve essere bisogno che qualcuno ti conosca, che almeno una persona sappia di te, chi sei, che ti conosca davvero. L'altra sera c'era mamma al telefono, dicevo di commissioni e cose varie che devo fare per il bimbo, m'ha detto che è il prezzo che si paga ad aver fratelli. Ho pensato un sacco di cose tutte assieme sul prezzo che si paga ad aver fratelli, ma poi, la cosa fondamentale, è che mamma non sa una beata mazza di me, perchè non glielo dico certo, perchè non l'ha voluto sapere certo, e così via all'infinito, ma nella sostanza, c'è nessuno tra quelli che ho attorno che sa davvero qualcosa di me. L'unica che sa tutto quello che ha da sapere è la bestia, e si, boh, va bene, però. Però ogni tanto torna il bisogno di qualcuno che sappia, e dev'essere questo, quest'idea probabilmente malsana che dovrei imparare a parlarne, con chi si può.
Pape
allora, ricapitolando. 1. ho dato retta ad a., nè potevo fare altrimenti. ho accettato l'associazione tra affetto e atti sessuali, anche nel caso di relazioni non pertinenti. 2. è entrata in scena mamma arrabbiata, e ho capito che era sbagliato, ma siccome nessuno m'ha spiegato nulla, ho capito che era sbagliato _tutto_, gli atti sessuali ma anche no, e per non sbagliare ho rifiutato qualunque contatto e qualsiasi manifestazione affettiva. 3. mi sono rinchiusa il più possibile in camera, ed in silenzio, ed ho continuato a sessualizzare tutto, sempre di più, ed a sentirmi sbagliata, sempre di più. 4. hanno preso ad arrabbiarsi/offendersi tutti quanti perchè rifiutavo baci e abbracci, hanno preso tutti a rimproverarmi perchè tacevo sempre, perchè rifiutavo qualsiasi femminilità, perchè non uscivo, perchè era tutto sbagliato. 5. ho capito che era tutto sbagliato, e mi rinchiudevo sempre di più. 6. è arrivato il bimbo e mi ha spiegato che era rimasto qualcosa di giusto e pulito. 7. ho iniziato, complici il bimbo e l'università, a uscire e vedere gente e parlare un po', senza esagerare. 8. sono arrivate altre persone, un altro bimbo con una famiglia stupefacente, mi hanno ripetuto e confermato le cose del bimbo n. 1. 9. sono arrivate altre persone, ho capito tutto più chiaramente.
bene, adesso, il dubbio è: cosa cazzo ci faccio con tutta questa consapevolezza? sono perfettamente consapevole anche del fatto che non c'è uscita, indietro non si torna, c'ho voglia ad avere tutta la teoria chiara ma nella pratica non cambia una beata mazza. se per caso o distrazione, in un rapporto qualsiasi non vedo io l'ambiguità e l'errore, finisce che lo vede l'altro e finisce a schifo lo stesso. la maschera non si può togliere, mai, c'ho voglia a sapere tutto, ho vinto qualche cosa? mi prendo ai coglioni da me, senza scampo.
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