Non è per niente facile scrivere qui, eppure, Emi, stavo proprio aspettando che tu rimettessi questo post.
Quando ero piccola, come tutti i bimbi, avevo dei giochi preferiti, di uno di questi non ricordo il nome, ma sono certa che lo conoscete. Consisteva nel disegnare a terra con il gesso, alternativamente, un quadrato seguito da due quadrati, si numeravano e poi lanciando un sasso si saltava al loro interno, un piede per quadrato, fino ad arrivare a prendere il sasso e portarlo indietro.
Oggi, nel corso della mia vita, mi sembra di fare lo stesso gioco.
Il sasso sono io, mi lancio e mi vado a riprendere e, in ogni quadrato che attraverso, c'è un modo diverso di sostare, come di riprendermi. Saltello attraverso tempi e modi, ricordi e luoghi, assumendo le varie forme del mio sè. Una volta è personale, un'altra è professionale, a volte non lo so nemmeno riconoscere, altre volte preferirei non vederlo.
So bene che sono sempre io che salto ma, ad ogni quadrato, se non cambia tutto di me perdo l'equilibrio, così non so più chi sono; se sono il sasso, se sono il quadrato, se sono la ragazza che salta o se sono il gioco nel suo insieme. Ma ogni gioco, per quanto possa essere stupido o serio, innocuo o assurdamente faticoso, ha bisogno di un proprio luogo -di uno spazio che lo contenga- e questo è, ed era, il mio.
(
oddio mò mi viene da piangere
, fessa fino in fondo eh)