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Versione completa: Le culle vuote
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emi
Mari, non sono riuscita ad andare oltre questa tua frase, spero solo di non farti del male e sai quanto ci tenga a questo.
Molte di voi sanno a cosa mi riferisco.
E' una culla che non esiste, ormai me ne sto convincendo, ma non esiste in questa realtà, nell'altra, in quella vissuta in letti di fortuna sì, è là che si è compiuto il fatto che non esiste, è in quelle ore trovate che il bambino è stato concepito e partorito, è in quella dimensione che gli ha dato una famiglia e anche un nome. Oggi credo di sapere perchè sono stata, e spesso ci sto ancora, così male, perchè so cosa vuol dire vivere in due mondi diversi ma paralleli. E Azzurra ha scritto così bene ciò che per me è sempre stata cosa da nascondere, da non dire mai, quasi nemmeno a me stessa, percepirlo anche attraverso una terza persona, LA terza persona, è stato sentire con lei l'odore dell'abbandono. Quando lui giura che non è vero, che non è possibile, io lo sento come una sua colpa anche se so che tutto questo è assurdo, che la ragione è altrove, ma quella culla comunque c'è stata e io ho bisogno di quel bambino. Perchè? Perdonami Mari, tu mi hai spiegato, io ho anche capito, ma non ne esco.

emi
azzurra
Emi, lo dico qui, ripeto, perchè sono certa di non essere fraintesa: forse non esiste un modo. C'è questa illusione dentro ognuno di noi di poter riparare alla vita, di poter scegliere di quali dolori soffrire, a quali perdite sopravvivere. C'è questa speranza di medicina, qualcosa che curi, che rigeneri i tessuti ustionati, che ci ridia noi stesse e non ci obblighi a pensare "ma allora era tutto un inganno". Non dico che non sia possibile spesso, che non sia doveroso curare, capire, dire. Dico che a volte, forse, non è possibile. Che ci sono cose (e per ognuno sono diverse) che vanno a toccare proprio quella parte più vulnerabile di noi e non è nemmeno una ferita...è qualcosa di diverso a cui non so dare un nome. E penso che tu, voi, capiate se dico che non c'è nulla da fare, se non "andare avanti". Non nel senso di sopravvivere e basta, nel senso di accettare. E nel senso che io do a questo termine non c'è nulla di religioso o di passivo. Mi fa paura come, questi pensieri, una volta scritti sembrino davvero un campionario di banalità. Non c'entrano gli altri, in questo discorso, è un discorso interiore, tra noi e noi. E' insegnare a noi stessi l'umiltà. No, non mi sono improvvisamente convertita:) Ma ci vuole umiltà, oltre che coraggio, oltre che orgoglio, per uscire dalla cantina quando i soldati se ne sono andati. Ci vuole l'umiltà di riconoscere che ora la casa è quella, violata, spoglia, bruciata, ma che un giorno sarà di nuovo una casa. L'umiltà di riconoscere che può succedere anche a noi, che è successo a noi. Che forse potevamo fare di meglio per difenderla e blablabla. Ma bisogna ricostruire su quelle macerie, senza volerle negare, senza andarsene, senza passare la vita a contemplarle. Ci sono gli uragani, o gli incendi. Ma il progetto di quella casa era nel nostro cuore e nella nostra mente, prima di diventare muri e mattoni. Ed un progetto non svanisce, non c'è niente che può spazzarlo via. Bisogna scendere in cantina e ritrovare dovelo avevamo mesos in salvo. Altrimenti sì che è stato tutto inutile.
Azzu
Marina
Emi, tesoro, tranquilla, no, non è mica questo a fare male, ciò che fa male è cercare quel progetto che dice azzu e non riuscire a trovarlo, perchè l'hai conservato così bene, in un posto dove nessuno lo pò trovare, che non lo trovi più nemmeno tu. Poi, c'è un'altra cosa che hai detto- io ti ho spiegato, tu hai capito, ma non basta-. Eh, lo so che non basta, perchè ciò che si tocca è così interno che come potrebbe bastare una telefonata, un'ora, una discussione, se non basta nemmeno una vita? Non basta mica "capire", io so bene che, su quel bambino, ho rivissuto e rivedo parti ingenue di me, so che si fonde il concetto di vita che, magicamente, ti illudi sia l'antidoto contro le morti che hai "intorno e interno", so, anche, che, altrettanto illusoriamente, l'essenza stessa di maternità gioca il suo potente ruolo. Perchè quando ti manca qualcosa l'unico modo che hai per renderla reale è incarnarla tu stessa. Si, certo, prendi me, so questo e molto altro, ma non mi basta. Sono anni che provo ad andare avanti e, per carattere, quando lo faccio prendo pure la rincorsa. Egregio! Regolarmente mi fracasso i denti contro questo muro. E come faccio a stupirmi, dato che è il muro che tengo invisibile? Codardamente vado verso altri muri, li conosco così bene per forma e spessore, che mi viene anche facile, si vedono. Ma è proprio la cosa che non basta fare. Il fatto è che , in quella culla vuota, prima ancora di non esserci mio figlio, non ci sono stata nemmeno io, sono stata troppo impegnata, sin da piccola, ad essere grande per non sentire le mancanze, che non ho avuto il tempo di starci e, farlo adesso, mi fa sentire un ignobile idiota. Ma il legame tra me e quel bambino, non era unicamente per farlo crescere quel tanto che potesse diventare un neonato, era, anche, una parte di me che prendeva forma. Vabbè, ok, non ce la faccio.
Era solo per dirti che è molto profondo ed ha ragione azzu, ci sono cose che sono così insanabili che non puoi tenerle, non puoi convicerci, non puoi curarle, allora l'unica altra possibilità è superarle. Sono brava nella teorica, nella pratica vorrei morirci dietro, ma non è il mio esempio che conta. E, cmq, ne dovevi parlare :*
azzurra
Tu mari sei una foglia al vento: hai perso troppo, troppo presto, troppe volte. Cosa ti dovremmo dire: abituati? E' successo, ma guarda avanti? Io cerco di consolarti attingendo nelle scatole di Sara e nella borsa di Elsa, ma lo so bene che se dovessi cercare le tue cose sarebbero nelle tasche di Viviana o nelle mani di Beatrice. So che il mio è il frugare di una mamma nella borsa alla ricerca di un ninnolo che possa distrarre per un momento un figlio che ha un male grande, e che questo ninnolo non esiste. Lo so che non riesci a dire davvero, che dopo che hai scritto ti sembra tutto...stucchevole?:) lamentoso? ma non è vero Mari. A volte morire non è la cosa peggiore, nonostante tutti i nostri tabù, anche se ci permettiamo di pensarlo solo di noi stessi. Però vorrei che tu mi credessi se ti dico che può cambiare. Non ci saranno risarcimenti, non ci sarà una magia e non vivrai felice e contenta. Le cose non si possono sostituire...non si può sostituire nemmeno una parola, se te la portano via, figurati il resto. Ma la vita non è così avara o così arida. Insensata spesso, e anche crudele, ma non avara. Tu sei una persona generosa mari, nel senso più ampio dle termine. Non puoi farci niente per questo. Puoi anche detestarlo come detesti il tuo corpo che si sveglia la mattina ed ha fame, ma è la tua cifra e non si cancella. Tu dici no, è scomparsa, è svanita, non la trovo, ma ti sbagli. Io credo che abbia anche tu una Sara, da qualche parte. Credo che abbia portato in salvo te ed i bambini. Credo che tu veda solo Viviana ora, ma perchè è stato il suo tempo fino adesso. Lei ha sempre la parte più ingrata...
Azzu
Marina
Userei parole troppo banali per dirti il "male" che mi ha fatto e soprattutto il bene che mi ha fatto, leggerti così. Però non capirò mai perchè male e bene si confondono, perchè ho passato l'adolescenza, in modo forse un pò superbo, a storcere quasi maleducatamente il naso verso chiunque volesse farmi da madre, mentre poi, tu, con mezza parola mi fai venire da piangere e mi risarcisci anche se solo di un unico sguardo di mia madre. No, davvero, non lo capisco, ma so che è quel tipo di male dal quale non ti ripari e quel tipo di bene che ...vabbè, dai basta, hai capito. Grazie azzu.
Marina
Dodici settimane, cosa si è a dodici settimane, come si fa ad avere un cuore che batte ad appena dodici settimane? Come poteva essere la cosa più importante della mia vita, un qualcosa che nemmeno sarebbe dovuto esserci? Sotto questo dolore che non riesco a spostare c'è la reazione che vorrei avere con lui, c'è il coraggio di guardarlo negli occhi e usare le parole come rasoi per recidere questo schifo di legame perverso che mi ha lasciato dentro. Le prime cinque settimane per inginocchiarmi al buio e memorizzare i lividi sulla pelle, la sesta settimana per iniziare a percepirlo, un secondo per scegliere di amarlo, la settima e l'ottava settimana per fare il conto dei danni e di cosa avrei dovuto strappare da dentro, la nona, decima e undicesima per farlo e la dodicesima per rendere il tutto inutile, fermare un percorso e restare sola, senza fiato, senza appigli. Sarei rimasta in quel bagno a cullarmelo per la vita che mi restava. E' un sordido rituale anche il mio, inizia il primo del mese quando non riesco a resistere di lasciarle sole lì, le uniche senza nessuno che le va a trovare, incazzata a morte per l'assenza sistematica di mio padre, che poi ringrazio di non esserci perchè non saprei giustificare le rose bianche che ho iniziato a prendere, per qualcuno che non c'è e che non ha nemmeno un nome.
A me, veramente, dispiace metetrmi a scrivere queste cose, non mi sento solo stucchevole e lagnosa, quando tocco questo, si accende in automatico una voce interna che mi massacra, mi sento francamente ridicola e pietosa e mi sta sembrando come se fossi salita su una specie di palcoscenico e stessi accentrando tutta l'attenzione possibile. Ma giro e rigiro perchè devo dire a quelcuno che è stata la cosa che ho amato di più nella mia vita, mi tormentava il modo in cui era arrivato perchè non volevo che fosse così, ma non perchè non volevo lui. E che mi tormenta lasciarlo senza nome, ma nessun altro capirebbe, se non voi, se non le persone alle quali tengo di più al mondo, questo bisogno di ammettere che io so che gli avrei dato i nomi che amavo di più; Nicola, Daniele, era lui mio figlio.
Scusate.
azzurra
Sai è strano, lo capisco perchè hai usato "sordido" per descrivere il rituale. So perchè lo sembra, a dire il vero perchè _tutti_ i rituali, in un angolo della mente e mentre li compi, lo sembrino. Perchè sono colpevolemente solitari, servono a noi, bastano a noi. E non è così che uno si immagina l'amore. Perchè s eli descriviano perdono anche quel poco di tenerezza ed autenticità che hanno e allora sì diventano immagini bidimenionali, parodie di ciò che abbiamo sentito. Ma Mari, a volte non c'è scelta. A volte bisogna impoverire se stessi ed il resto in cerimonie ed altari per non impazzire. Perchè non si può dire era lui mio figlio. Hai fatto quello che dovevi mari. Quello che dovevi lo sapevi solo tu, non c'è nessun altro che possa o avesse potuto dirtelo. Ed ora dirò una cosa che forse sembrerà mostruosa, ma non c'è una differenza tra una culla vuota ed una culla piena. Non c'è nella scelta di cosa tenere e cosa buttare di te stessa. Allora sì Mari, lui era tuo figlio. Ma solo tu puoi decidere se essere una mamma che piange o che smette di piangere. E non c'è bisogno che lui lo sappia, perchè ci sono regali che si fanno in silenzio.
Azzu
Marina
Sono in mezzo ad una confusione di emozioni contrastanti e sentimenti con i quali mi massacro. Mi sento in colpa di tutto, anche dello stesso dire che mi sento in colpa. Mi dispiace per Emi, è come se stessi collassando il suo discorso, ma vedi, tesoro, alla fine le cose sono molto più legate tra di loro di quanto non si veda, sono certa che quella sia una menzogna colossale, perchè, al contrario, so bene cosa si prova e ne vedo le differenze, che , agli occhi normali sono invisibili, ma, ai miei, sono grandi come rocce e altrettanto compatte. Non fa alcuna differenza la scelta o l'averlo subito, perchè nella quasi totalità dei casi, non è mai una scelta. Sono spaventata, terrorizzata da quello che mi sta uscendo fuori ed anche dal guardare questo mio aspetto impazzito ed autoferoce. Azzu, io non lo so proprio che mamma vorrei dare a mio figlio, perchè in questo segreto, nascosta per sempre ai suoi occhi, immemore nella sua vita, perchè non c'è, sono lasciata libera di compiere di me ciò che voglio. Ma, adesso sono davvero spaventata. Ho detto "no" quando è nato, e non sono stata capace di fermarlo, ho ripetuto "no" quando l'ho perso e non sono stata capace di trattenerlo. L'unico "no" che sono riuscita ad affermare è quello con me stessa, quello più lesivo, la negazione di essere donna e se all'esterno non si vede, so che mi sto attaccando dall'interno e non mi fermo. Per fermarmi dovrei rendere concreta e reale sia la sua nascita che la sua perdita, tornare bambina e chiedere aiuto. Non riesco a farlo, non posso o, almeno, per onestà, non posso più di così. Farvelo vedere e sperare che quella culla non sia più piena solo ed esclusivamente ai miei occhi.
emi
Mari, Azzurra dice 'puoi decidere se essere una mamma che piange o che smette di piangere' e la sento davvero una preoccupazione dolce. Non ti ho conosciuta attraverso il dolore nonostante ne avessi davvero tanto da portare nelle tue giornate, sembra assurdo ma la percezione che ho avuto e ho di te è altro, è di una ragazza sorridente, generosa, con maglioni grandi e morbidi per poterci accogliere e accanto vedo sempre il tuo bimbo a cui penso tutte vogliamo bene perchè è parte di te...credo si possa scegliere, è vero, con una difficoltà che toglie la pelle ma si può, e quel giorno in cui metterò un piatto di pasta in più sulla mia tavola lo farò per Mari e per il suo bambino perchè così è e non si riesce a dirlo con altre parole. Ho deciso di lasciare in qualche angolo quella culla vuota. Tu sai che il problema non è nel credere o meno a quella storia, è molto più lontano, ogni volta esce con un vestito diverso ma 'chi' lo indossa è sempre lo stesso, e allora perchè starci più di tanto? Perchè lasciarmi sedurre dagli specchi deformanti del luna park? Perchè rimanere in cantina?
Azzurra, quella metafora mi ha aiutato a capire che io da quella cantina non sono mai uscita, so che la mia casa è stata devastata e che mi hanno rubato cose che erano solo mie, ma anzichè salire a vedere i danni ho preferito chiedere a loro, ai soldati, per poi rintanarmi in un angolo e dirmi che no, era ancora tutto come prima, gli infissi, i mobili, i miei ninnoli. Sono rimasta a ninnarmi e a dirmi che se volevo intensamente potevo riavere tutto, una magia da bambina. Ora chiudo gli occhi e quando li riapro torna il mio papà.
Marina
Non ho idea di come fosse mia madre, non lo sanno ma, alla fine, me l'hanno sempre descritta come donna, so che era sicura di sè, volitiva, contraddittoria, tenera, innamorata, giovane, so anche che rideva spesso, mi manca il resto. Per cercare di farmi un idea ho osservato da sempre le madri, alcune sono iperpresenti, un pò asfissianti, altre sono frettolose o distratte. In fondo, il confine tra una donna ed una madre è davvero molto sottile. Non so come sarebbe stata la mia e non so come sarei stata io, però so cosa mi fa piangere di azzu. Non mi ha mai detto vivi e tutte le volte che le ho detto muoio non si è mai fatta prendere dal panico, i suoi sono sempre stati velati consigli, come se li posasse distrattamente sul tavolo "se servono sono qui". Non si è mai preoccupata di mostrarsi forte, di mantenere un immagine di sè o, peggio, un ruolo, la conosco piccola e vulnerabile, tanto quanto la conosco guerriera. Lei è la classica persona che se torni a casa inviperita e sanguinante per una scivolata in moto ti porge la cassetta sanitaria e si defila e che se, poi, piangi tre ore perchè hai appena litigato con il tuo primo ragazzo ti prepara il latte caldo. Sembrerebbe una persona pratica, ma non è questo, lei conosce una lingua più antica e sa sempre cosa dire e quando dirlo, anche se ti stronca, perchè lei non ti dirà mai "vivi", ma ha sempre fatto in modo di renderlo possibile.
Mi lacera non scoprire che tipo di madre sarei stata io, tanto quanto soffro ancora di non sapere come sarebbe cresciuta la mia mamma-ragazza. Hai ragione Emi, a volte è più consolatorio stare in quella cantina a cullarsi e dirsi che fuori è ancora tutto com'era prima, ma più tempo ci si sta, meno cura avranno le poche cose rimaste. A volte, l'anima la sii cura, anche, con un piatto di pasta con il pesto :*
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