Il corpo in fame
a cura di Miriam Lanotte
Il corpo è il nostro ambasciatore presso gli altri, è il principale mezzo attraverso il quale veniamo in contatto con il mondo; mediante il corpo facciamo esperienza di ciò che ci circonda. In un rapporto di complicità rispondiamo alle esigenze, ai bisogni del corpo e lui ci ripaga trasmettendoci piacere e soddisfazione. Ma non sempre cibo, corpo, mondo sono in armonia tra loro; quando il corpo viene vissuto come estraneo, come una prigione, come uno strumento di sofferenza che si impone con le sue esigenze, i suoi bisogni, le sue necessità, diviene un corpo scomodo, sofferente, traditore, un “corpo in fame”.
E questo corpo viene odiato, rifiutato, maltrattato, da chi soffre di disturbi alimentari; viene tenuto appunto in fame, a digiuno dalle anoressiche, viene riempito di “cose da buttare” dalle bulimiche con il comune risultato di lasciarsi totalmente assorbire dal proprio corpo. La dott.ssa Pierrette Lavanchy presenta i disturbi alimentari seguendo un percorso medico, psicologico, terapeutico.
Si dedica alla descrizione dei disturbi quali l’anoressia, la bulimia, l’obesità, attraverso una lettura attenta ai vissuti del corpo, quindi a ciò che concerne la rappresentazione mentale soggettiva della propria corporeità; una lettura che pone in primo piano le conseguenze sociale, interrelazionale, psicologiche, soffermandosi su quelli che lei definisce i motivi narrativi che portano queste donne a tanta sofferenza.
L’ingestione di cibo è il modo primordiale in cui l’essere umano entra in contatto col mondo. Al cibo è sempre stata data una valenza comunicativa, sociale, erotica. Il cibo ha un potere di socializzazione (la tavola, i rituali legati al pasto), vivificante (per esempio nella tradizione ebraica il mangiare è associato alla vita, il digiuno al lutto), di affettività (primo rapporto con il corpo della madre).
Sembra dunque che i disturbi alimentari si presentino come una esasperata tentazione alla vita e ai suoi piaceri, seguita da un rigido senso di colpa che porta al rifiuto della vita stessa.
Nell’atto del consumo viene cancellato un confine sacro tra Sé e l’altro, dopo il pasto ciò che ci ha nutrito diventa un tutt’uno con noi. Secondo l’autrice nelle donne con problemi alimentari c’è principalmente una spiccata sensibilità verso la visione sacra e sociale legata all’atto del nutrirsi: mangiare e uccidere divengono complementari, “per vivere mangiamo il mondo e a sua volta il mondo ci distrugge”.
La prima parte del saggio è dedicata principalmente ai motivi narrativi che si celano dietro ogni disturbo e che rendono difficile e combattuto il rapporto con il proprio corpo. Queste donne sembrano essere state “segregate” in un corpo che le ha rese vittime della loro stessa sofferenza.
Il filo conduttore di tutti i vissuti si ritrova in una continua lotta contro se stesse e il mondo, una lotta che, seppur espressa in modi differenti, è rivolta verso un nemico comune, il corpo. Il corpo è il nemico dichiarato dell’anoressica, esso l’ha imprigionata e l’unico modo per liberarsene, senza uccidersi è tenerlo in fame, a digiuno.
Le condizioni psicologiche che possono portare all’anoressia vengono ricondotti dall’autrice principalmente a quattro motivi narrativi: il rifiuto del corpo e la ricerca della propria identità; il desiderio di punirsi e punire l’altro, la propria famiglia come segno di ribellione, di controllo, di richiesta di attenzione; la rinuncia ai bisogni primari, che è anche rinuncia alla vita per lasciarsi assorbire dal proprio corpo.
Il rifiuto del cibo è rifiuto della propria femminilità, è un modo per restare almeno fisicamente piccoli, è un modo per eliminare tutto ciò che è superfluo, e percependo il corpo ossuto, poter “toccare con mano” il proprio vero sé.
L’anoressia può essere interpretata come un modo per andare contro ogni legge naturale di sopravvivenza, dimostrando di essere più forte dei bisogni e dei piacere, perché l’unico piacere concesso è quello del rifiuto. Chiaramente questa è solo una maschera oltre la quale si cela un mondo di insicurezza, paura, disagio, sofferenza.
E in questa assoluta rinuncia di sé, della sessualità, delle emozioni ritorna il tema, tanto comune al Medioevo, delle “Sante Anoressiche” per le quali il controllo, le rinunce, le torture del corpo erano una modalità di accesso al divino.
A tal proposito l’autrice dedica una parte del libro all’interpretazione che dell’anoressia è stata data dalle diverse teorie psicologiche, sia da un punto di vista intrapsichico, interpretando tale disturbo come l’espressione estrema di un conflitto, sia da un punto di vista interpersonale come risposta ad un malessere sociale.
Se l’anoressica rinuncia ad ogni passione con costante rigidità e volontà ostinata, le ragazze bulimiche vivono nella continua lotta tra il concedersi senza limiti alle passioni del cibo e della vita e la rinuncia, in una perenne alternanza tra il senso di vuoto, il bisogno dell’altro e la ricerca di sé. La bulimia e l’anoressia, rappresentano due facce della medesima passione per il cibo, nel doppio senso di voglia di cibo e sofferenza per questo.
Il cibo simboleggia i piaceri che si impongono a noi come quello per la vita, per il sesso, per l’altro. Come: “nell’inappetenza, la persona è tanto assorta nelle proprie preoccupazioni o sofferenze da perdere il contatto con il corpo, un po’ come se distaccandosi dal corpo, sospendesse la vita”, così “ nella smania di mangiare, la persona non sembra in grado di tollerare il disagio psicologico e lo converte, in una sofferenza che percepisce a livello corporeo”.
Sia nelle anoressiche, che nelle bulimiche c’è per prima una tentazione alla vita, testimoniata dai continui pensieri riguardanti il cibo, tentazione che cede il posto ad un rifiuto, espresso rigidamente o ciclicamente, del mondo. Sembra quasi, come più volte sottolinea l’autrice, che l’anoressia e la bulimia siano segni di una ferita, di uno strappo, di una rottura con tutto ciò che altro dal corpo.
Se da una parte la bulimica vive in un mondo di schiavitù, nel continuo rifiuto e bisogno della passione verso ciò che è vita, l’anoressica vive immersa in una volontà ostinata, nascondendosi dietro la facciata fredda, distaccata, di chi vuole trasmettere un’esasperata indipendenza dalla vita in sé.
Il libro include una panoramica delle principali teorie, terapie, implicazioni mediche e risvolti sociologici del fenomeno.
L’autrice ribadisce più volte la necessità di studiare e leggere i disturbi alimentari soffermandosi sia sull’aspetto biologico, sia sociale, sia psicologico; quindi da un punto di vista intrapsichico, perché con la sua condotta la giovane esprime un particolare conflitto, pensiero, desiderio celato e da un punto di vista interpersonale, ritenendo il suo comportamento una risposta a una condizione sociale, familiare, relazionale.
Nello stesso modo è opportuno curare sia il sintomo che la condizione biologica e psicologica della paziente, adoperando l’approccio terapeutico ottimale per la paziente.
Pierrette Lavanchy
Il corpo in fame
Rizzoli, 1994
--------------------------------------------------------------------------------
titolo: Il corpo in fame
curatore: Miriam Lanotte
argomento: Alimentazione (disturbi della)
fonte: Vertici Network