theo angelopoulos - l'eternità è un giorno
http://www.youtube.com/watch?v=B110rAXet6U...feature=related ( da non perdere)
Repubblica (08/11/98)
Irene Bignardi
C'è un momento, in L'eternità e un giorno, di quelli che si stampano indelebilmente nella memoria. E' l'immagine della frontiera tra la Grecia e l'Albania, un'altissima barriera di rete metallica su cui stanno arrampicate delle figure imbacuccate, che si stagliano come anime dannate contro il grigio nebbioso e nevoso del paesaggio con la forza di una visione dantesca . Basterebbe questa immagine - e l'emozione che produce - a dire perché valga la pena di vedere L'eternità e un giorno, il film di Theo Angelopoulos premiato quest'anno con la Palma d'oro a Cannes: perché c'è in Angelopoulos una nobiltà di immagini, una grandezza di invenzioni, una intensità di pathos che lo rende unico e speciale. Questo non toglie che la Palma di Cannes sia andata a premiare il suo film più formale e più artificioso degli ultimi tempi, la sua maniera più che la sua ispirazione: insomma un riconoscimento dovuto a un maestro del cinema, che arriva però per una delle sue opere meno autentiche. Raffinato e formalmente elegantissimo, L'eternità e un giorno è comunque un film più delicato ed intimo di "Lo sguardo di Ulisse", più vicino per molti aspetti al cinema personale di "L'apicultore" e di "Paesaggio nella nebbia" che ai suoi ultimi film "politici" - anche se lo lega a questi una serie di temi: tra cui proprio quello del confine, che qui si intreccia alla metafora della linea d'ombra, del limite lievissimo tra la vita e la morte, tra la fragilità della vecchiaia e quella dell'infanzia, tra il presente e il ricordo. E di un viaggio nella memoria si tratta. Alessandro - Bruno Ganz, affondato in un gran barbone e in un bell'impermeabile grigio come tutto il film, - grande scrittore e poeta, malato, si prepara a ricoverarsi in ospedale il giorno dopo e comincia la sua malinconica domenica invernale in una livida Salonicco con il ritrovamento di una lettera di sua moglie Anna, morta da molti anni, che rievoca un'estate di trent'anni prima - quella del 1966, in cui tutti, nelle immagini improvvisamente più luminose di una giornata al mare, sono belli, giovani e felici, ma soprattutto la Grecia non ha ancora conosciuto il colpo di stato dei colonnelli che indurrà in Alessandro un lungo silenzio creativo. In una sequenza di addii - con la vecchia domestica, con una figlia distratta e indifferente, con il cane - si inserisce come un ultimo impulso vitale l'incontro con un piccolo clandestino albanese, che lava i parabrezza ai semafori. (...) Ma se la bellissima fotografia di Arvanitis riveste gli stati d'animo e le atmosfere del film di luci livide o di splendori accecanti, e l'eleganza della visione di Angelopoulos dà nobiltà a ogni immagine, il ritratto dello scrittore che il regista ha composto con il suo collaboratore di sempre, Tonino Guerra, risulta costruito e intellettualistico, così come una serie di allegorie e di situazioni - chi sono quei tre in tuta cerata gialla che pedalano sul lungomare di Salonicco? - sono francamente artificiose. E più che di poesia L'eternità e un giorno ci parla di maniera.
L'Unità (06/11/98)
Michele Anselmi
Doveva essere Marcello Mastroianni il protagonista di L'eternità e mi giorno. Poi il destino ha deciso altrimenti. Ma qualcosa è rimasto nell'interpretazione morbida e dolente, magari un po' troppo meditabonda, che del personaggio dà l'attore tedesco Bruno Ganz. Trionfatore a Cannes '98, il film non è il migliore di Theo Anghelopoulos, e però custodisce, anche nei suoi difetti, un'idea di cinema personale, testardamente condotta sul filo di un manierismo allegorico che non teme le sfide. «Tutto porta a credere che entro la fine dell'inverno...», recita la stanca voce fuori campo. Colpito da un tumore, lo scrittore Alexandros sente avvicinarsi la morte. E così, alla vigilia del ricovero in ospedale, fa i bagagli, saluta la figlia che ha già venduto la villa al mare e sale in macchina custodendo in tasca una lettera della moglie morta. Sullo schermo si materializza una solare giornata di trent'anni prima, con la fulgida Anna che riceve gli ospiti sulla spiaggia; ma oggi, in questa Salonicco piovosa e fredda, che cosa resta di quel momento felice che l'uomo non seppe cogliere? Come spesso nel cinema di Anghelopoulos, il viaggio è un percorso emotivo, metaforico, dove il principio di realtà si sbriciola in una dimensione tutta mentale. Fantasmi del passato e orrori attuali si confrontano secondo un procedimento complesso che sollecita un approccio severo da parte dello spettatore. Qui è l'incontro con un piccolo lavavetri albanese strappato a un losco traffico di minori a cambiare l'ultima giornata dello scrittore. Alla guida dell'auto, Alexandros si inerpica sui monti per restituire il bambino al suo paese, ma lassù li accoglie una frontiera che sembra un lager: lugubri corpi appesi ai reticolati, paralizzati nell'atto di evadere, un truce vessillo comunista nella nebbia. Non resta che tornare indietro, verso il mare, e le calde immagini del passato si sovrappongono ancora una volta alle ombre del presente: su un autobus i due incontrano un giovane che s'addormenta impugnando una bandiera rossa, un trio musicale e una coppia che si lascia; e intanto per strada passano tre incappucciati in bicicletta, mentre un poeta ottocentesco in cilindro e mantella interpretato da uno spaesato Fabrizio Bentivoglio (Foscolo o Solomos?), famoso per avere «comprato» ad una ad una le parole sconosciute, ci ricorda quanto sia faticoso l'acquisizione di una lingua. Imbarcato il piccolo albanese su una nave, lo scrittore «rivede» la vecchia madre morta in ospedale e decide di non ricoverarsi: meglio consumare gli ultimi momenti di vita (o è già morto a quel semaforo rosso?) riconciliandosi con l'amatissima moglie in un simbolico ballo sulla spiaggia. Quanto dura il tempo? Appunto, L'eternità e un giorno. Più che nel precedente Lo sguardo di Ulisse, il cineasta greco procede a colpi di metafore - non tutte illuminanti, in verità. Lì era lo sfascio dei Balcani a ispessire il viaggio, qui la vicenda assume coloriture esistenziali, addirittura - si direbbe - autobiografiche. purtroppo, come si notava dal festival di Cannes, un sospetto di artificioso grava sul film, a tratti toccante e stilisticamente notevole, rispecchiandosi sulla tenuta generale dell'opera, specialmente laddove la rischiosa dimensione onirica sfiora il poetizzante.
Il Sole 24 Ore (15/11/98)
Roberto Escobar
Un'eternità e un giorno: tanto va avanti, per qualche recensore di spirito, il peregrinare del poeta lungo i sentieri della memoria. La battuta allude alla durata soggettiva - alla fatica dello spettatore -, più che a quella oggettiva di L'eternità e un giorno (Mia eoniotita ke mia mera, Grecia, Italia, Francia, 1998). In effetti, seduti in platea, la nostra attenzione non è sempre spontanea: tra un esercizio e l'altro di maestria poetica, troppo poetica, l'orecchio divaga, imitato anche dall'occhio... Davvero si può liquidare così il film che Theo Anghelopulos ha scritto con Tonino Guerra, Petros Markaris e Giorgio Silvagni? E' proprio solo una variante mediterranea della sindrome letale detta «di Wim Wenders» o «dell'interminabilità d'autore»? Oppure conviene inchinarsi per abitudine al maestro, decantarne la "maniera" come se fosse ispirazione, e passare ad altro? Qualche cosa induce a sospendere il giudizio, ad accettare almeno un po' la nostra fatica di spettatori. E non si tratta solo di quello che il regista greco ci ha dato, in termini d'emozione, ancora pochi anni fa con Lo sguardo di Ulisse (1995). C'è, nella stoffa di Alèxandros, comunque un'impronta della grandezza che abbiamo imparato ad amare al tempo di La recita (1975). Nel prologo pieno di sole d'un film che, per il resto, sarà per lo più senza luce e freddo, sembra che Anghelopulos voglia narrare un mito. Che cos'è il tempo? Così si rivolge Alèxandros bambino alla madre. I due parlano fuori campo, sull'immagine d'una vecchia casa costruita proprio accanto alla spiaggia. La risposta della donna inizia così: «Il nonno dice che...». Questa, appunto, è la chiave del mito che un grande della Grecia antica ci ha tramandato: «Non è mio il discorso, ma di mia madre...». Quello che segue nella risposta è anch'esso, appunto, antico: «..,il tempo è un fanciullo che gioca alle cinque pietruzze in riva al mare». L'immagine è famosa, anche troppo, e tuttavia Anghelopulos ne regge la grandezza con inquadrature splendidamente semplici. Entrata in casa, la macchina da presa si muove con leggerezza, tornando poi a uscire per seguire il bambino fin dentro l'azzurro caldo e quieto del mare. Infine, allontanandosene di nuovo, scopre Alèxandros vecchio, seduto nel suo appartamento in città. Veniamo a sapere, ora, che la sua vita s'avvia al termine. L'indomani qualcosa - il ricovero in un ospedale - chiuderà il cerchio aperto con quella tale domanda. Immaginiamo che di questo ci stia per narrare Anghelopulos: di questa "chiusura" in cui, come nel gioco d'un fanciullo eterno, principio e fine si confondono. Ci conferma in quest'aspettativa anche la colonna sonora che ripete una frase musicale breve e anch'essa circolare, quasi la descrizione d'un desiderio, anzi d'una bramosia che sempre tenta d'aprirsi e sempre torna su se stessa. Insomma, immaginiamo e speriamo che L'eternità e un giorno sia girato tutto dentro la coscienza del tempo di Alèxandros: dentro la sua memoria e la sua nostalgia, un po' come accadeva nella parte prevalente e migliore di Lo sguardo di Ulisse. E invece Anghelopulos non riesce a vincere la tentazione d'accumulare temi, situazioni, suggestioni. Insopportabile e quasi ridicola è la figura del Poeta che compera le parole. Quanto ad Alèxandros - un Bruno Ganz bravo ma come imprigionato dentro la sua mise da scrittore, insieme trasandata e firmata -, diventa troppo emblematico d'una supposta tipologia d'intellettuale "dell'esilio". Si vive tra dolore e speranza, gli sentiamo dire: il guaio è proprio che glielo sentiamo dire. Quanto meglio sarebbe stato se la sceneggiatura avesse saputo evitare la tentazione della bella frase, densa di senso, poetica. In genere, questo è il difetto maggiore del film: un eccesso di sceneggiatura a scopo poetico, appunto. Basti un esempio: perché, dopo aver accostato ad Alèxandros il piccolo Achilleas Skevis (bravo e ottimamente diretto), Anghelopoulos non guarda con più semplicità, e con maggior profondità, dentro il loro rapporto di somiglianza paradossale? Come il bambino, anche il vecchio è diviso tra la nostalgia delle radici e la necessità dell'altrove: solo che quello è all'inizio del cerchio, mentre questo è alla fine. Capita invece che si sia costretti a seguire l'uno e l'altro lungo una serie fitta di "situazioni tipiche", da un inverosimile mercato di ragazzini fino alla morte d'un compagno di Achilleas, tragica in sé, ma inutile nel racconto. E così siamo all'interminabilità di L'eternità e un giorno, alla fatica che, almeno per una sua parte, ci costa prestargli attenzione. Ne vale la pena? Certo. A patto di conservare memoria delle immagini iniziali, della domanda quieta e azzurra del piccolo Alèxandros, curando di non smarrirne l'emozione tra un esercizio e l'altro di maestria poetica, troppo poetica.
Giornale (08/11/98)
Maurizio Cabona
Nessuno fa film di destra, salvo i registi di sinistra in crisi ideologica, come il Theo Angeopulos di L'eternità e un giorno, film autocritico e giusto vincitore dell'ultimo Festiva di Cannes. Un noto poeta (Bruno Ganz) di Salonicco è malato incurabile, ma non vuole dirlo alla figlia (Iris Chatziantoniou) borghese, molto borghese. Incontra un bambino (Achileas Skevis), greco di cittadinanza albanese, immigrato clandestinamente, e lo riscatta dai suoi aguzzini per riportarlo ai parenti, oltre la frontiera schipetara. Giunto ai reticolati dell'Epiro, ai quali altri bambini disperati si aggrappano, il poeta capisce c e non è il caso e aiuta il piccolo a partire invece per l'Italia. Finalmente ha fatto qualcosa di utile, vivendo un giorno come fosse l'ultimo. In effetti lo è per lui, che da tempo era ossessionato dal ricordo della moglie (Isabelle Renauld), defunta e delusa («Sei vissuto accanto a me, non con me») e della madre (Despina Bebedeli), vedova e triste («Quanto tuo padre è morto, tu non c'eri » ). L'eternità e il giorno è un tradizionale film di Angelopulos, lento, solenne, abbondante e ridondante di metafore e allegorie, o troppo chiare o troppo oscure. Ma, vivaddio, Angelopulos è un autore, ha qualcosa da dire sulla malinconia della maturità che attanaglia un uomo vissuto per se stesso, ma volendo credere i vivere per il popolo. Invece il suo popolo ignora, perché lui è stato attento soprattutto a piacere agli stranieri. Greco in tutto tranne che nel passaporto, esule in patria, il bambino del film è l'opposto del poeta, greco solo nel passaporto. La sua unica poesia autentica, perché incarnata, perché non scritta, l'attimo d'eternità conquistato all'ultimo giorno, sarà per quel bambino, per quel domani della Grecia che va a rifugiarsi nella Magna Grecia di ieri. Angelopulos scopre un lirico nazionalismo e affida l'amaro autoritratto di chi si cerca, quando non è quasi più in tempo per trovarsi, a un Ganz magnifico perfino quando cammina nella Salonicco invernale, di un uomo senza futuro invaso dal passato (l'infanzia dell'estate 1939, felice anche sotto la dittatura di Metaxas; l'Albania-Gulag). Quanto al comunismo, sogno finito, è stanco come il manifestante che si addormenta sull'autobus semivuoto, aggrappato alla sua bandiera rossa.
Stampa (06/11/98)
Lietta Tornabuoni
Quanti dubbi ne "L'eternità e un giorno" di Theo Anghelopoulos, vincitore della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes: quel ragazzo con la bandiera rossa addormentato nell'autobus notturno sarà un simbolo o un effetto cromatico? Quei tre ciclisti che pedalano illuminando la piovosa oscurità con i loro impermeabili gialli saranno una metafora o una macchia di colore? Quel corteo o quel ballo di nozze per le vie della città saranno segnali della continuità della vita oppure una belluria? Senza dubbi è la assoluta bellezza del mare inquieto, della pioggia, di quel cielo azzurro spietato, d'un edificio in costruzione che serve da rifugio agli immigrati clandestini, di quella frontiera nevosa tra Grecia e Albania dove sagome d'uomini s'aggrappano alla rete di recinzione come uccelli migratori in riposo. Al suo undicesimo film, Anghelopoulos offre qualche insopportabile poeticismo di troppo e una nuova prova di straordinaria maestria cinematografica, di perfetta bravura immaginifica. Uno scrittore famoso (Bruno Ganz) si prepara a entrare nell'ospedale da dove, lo sa, non uscirà vivo. Nelle ultime ore, l'incontro con un bambino albanese che lava i vetri delle automobili ai semafori di Salonicco lo salva dall'aridità della solitudine. L'uomo e il bambino esclusi, l'uno dall'imminenza della morte, l'altro dalla clandestinità dell'immigrazione, girano insieme sotto la pioggia per il Paese e per la città notturna. All'alba si separano. Il viaggio dello scrittore verso la morte è fitto d'estremi saluti: una visita in clinica alla madre smemorata, una visita in casa alla figlia distratta; il dialogo con la moglie scomparsa ("Cos'è domani, Anna?", "L'eternità e un giorno"); il racconto fatto al bambino d'un poeta greco abitante in Italia (Fabrizio Bentivoglio) che torna nel suo Paese in lotta contro il giogo ottomano ma non ne conosce più la lingua e gira per i quartieri popolari annotando parole, compra parole a lui ignote e così scrive il suo inno alla libertà. Lo scrittore alla fine non entrerà in ospedale, gli interrogativi seguiteranno ad assediarlo: "Perché nulla è andato come ci aspettavamo? Perché ho vissuto la mia vita in esilio?".
Corriere della Sera (07/11/98)
Tullio Kezich
Aveva ragione il povero Theo Angelopoulos a mettere su il muso al momento della Palma d'Oro per «L'eternità un giorno» a Cannes. E non tanto perché l'effervescente Benigni di «La vita è bella» gli aveva strappato il trionfo della serata, quanto perché da quel momento una certa parte della critica ha stabilito che il regista greco è diventato un accademico. Per fortuna c'è ancora chi affronta seriamente la valutazione dell'opera di un maestro, vedi il bel dossier sull'ultimo numero di «Positif», ma per i più Angelopoulos va ormai considerato uno che si può snobbare. Motivo ulteriore per andare ad applaudire il suo ultimo film, che narra l'odissea dello scrittore Alexander (doveva essere Mastroianni, lo rimpiazza uno splendido Bruno Ganz) pedinato nella lunga domenica che precede un ricovero ospedaliero fra asprezze reali e memorie lontane. Di recente Bergman ha confessato di preferire al primo Angelopoulos dei geometrici piani-sequenza, proprio quello nato dall'incontro con il nostro Marcello che lo indusse ad avvicinarsi agli attori. Nel rapporto che si instaura fra Alexander e un piccolo lavavetri albanese, da lui strappato alle grinfie dei ladri di bambini, stavolta Theo si concede uno spunto alla Victor Hugo; ma il sentimento del vedovo protagonista lo riporta ai frammenti di vita accanto alla moglie Anna (Isabelle Renauld), che rimpiange di aver trascurato nello sforzo di completare un poema incompiuto del XIX secolo. Nel cerchio magico dell'evocazione appare in costume il Poeta italiano (Fabrizio Bentivoglio), intento a «comperare» le parole greche per il suo carme libertario; e man mano che la vicenda procede si moltiplicano le apparizioni tra realtà e fantasia: i soldati immersi nelle nebbie, una giovane coppia di sposi che balla per la strada, una gita in comitiva a un'isola nuda che comporta un fremito alla Antonioni, un autobus dove sale un giovane con la bandiera rossa ... si potrà osservare che i due filoni, quello del bambino e della moglie scomparsa, si fanno un po' ombra a vicenda; e che il patetico e il surreale ogni tanto legano poco. Sicché il film ondeggia fra la commozione autentica e un manierismo grandioso: ma si può pretendere di insegnare ad Angelopoulos di essere più Angelopoulos di così?
Il Giorno (07/11/98)
Silvio Danese
Chi non ama i film di Anghelopulos, cioè l'immagine lenta e simmetrica che forgia il tempo e lo spazio di un racconto, resti a casa. Come in Antonioni, qui il cinema dipinge, ascolta, suona. E' completamente audiovisivo.E non c'è una «grande» storia, a meno di non considerare «unica» la storia di un uomo che ritrova l'amore per la vita andando incontro alla morte. L'eternità del titolo ricorda la condizione immutabile di esistere. Il giorno in più é quello che chiediamo tutti per continuare. Palma d'oro a Cannes. Da vedere.