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Cyril Collard - le notti selvagge ( le nuits fauves)

Jean, un cineoperatore bisessuale trentenne parigino, scopre di essere sieropositivo. Jean inizia una relazione con Laura, una giovane attrice, a cui non rivela la propria sieropositività e con cui ha rapporti sessuali non protetti.

Quando la ragazza lo scopre dapprima lo rifiuta ma poi decide di continuare il rapporto con lui. Nel frattempo Jean intreccia anche una relazione con un giovane di origine spagnola. La situazione degenera quando Laura, che si fa sempre più possessiva, viene fatta ricoverare in una clinica dalla madre.
Collard dipinge un affresco servendosi di una Parigi vista dall'alto (i tramonti dal suo attico) e dal basso (le periferie, i bar alla "Chinawsky"). Racconta e si racconta senza pietismi. Senza nascondere il suo comportamento scorretto nei confronti di tutto e tutti. L'egoismo e la fame di vita portano alle estreme conseguenze.

Il montaggio frenetico dà costantemente l'idea di un tempo che passa e non perdona. E che lascia inevitabilmente scontare gli errori. Ma che gli errori forse non sono solo parte della vita, ma a volte sono la vita stessa.

Due scene in particolare si impongono: il (silenzioso) incontro con il padre e soprattutto quella in cui, all'uscita di un ristorante, dopo una serata di barzellette, un amico compositore fa ascoltare a Collard una musica che sta componendo. Collard si mette delle cuffie. Immediatamente l'eco delle risate si spegne. Si sente soltanto la musica in sottofondo lenta, malinconica, null'altro. Collard continua a camminare. Per qualche secondo il tempo si congela. L’attimo dopo, un urlo furibondo, disperato di Collard: "Non sono ancora morto... Non voglio morire!!! Non voglio morire..." Ma è già condannato.

Critica cinematografica [modifica]
Collabora a Wikiquote « Cyril Collard, francese, 36 anni, ex rocker, ex assistente di Maurice Pialat, autore di reportages televisivi e di video musicali, è morto di Aids il 5 marzo scorso: e la sua fine dà un pathos speciale a questo primo e unico film di cui è regista e protagonista debuttante, creatore delle canzoni, autore della sceneggiatura tratta da un suo romanzo autobiografico pubblicato nel 1988, edito in Italia da Anabasi. [...] È un film notevole, pieno di vitalità e privo di giudizi morali, triviale e di grande energia, capace di scegliere e far muovere bene due nuovi attori, Romane Bohringer e Carlos Lopez. »

cyrill collard - le nuit fauves http://www.youtube.com/watch?v=DMiHOmMy58M
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QUOTE (sele @ Mar 13 2008, 09:59 AM) *
Cyril Collard - le notti selvagge ( le nuits fauves)

Jean, un cineoperatore bisessuale trentenne parigino, scopre di essere sieropositivo. Jean inizia una relazione con Laura, una giovane attrice, a cui non rivela la propria sieropositività e con cui ha rapporti sessuali non protetti.

Quando la ragazza lo scopre dapprima lo rifiuta ma poi decide di continuare il rapporto con lui. Nel frattempo Jean intreccia anche una relazione con un giovane di origine spagnola. La situazione degenera quando Laura, che si fa sempre più possessiva, viene fatta ricoverare in una clinica dalla madre.
Collard dipinge un affresco servendosi di una Parigi vista dall'alto (i tramonti dal suo attico) e dal basso (le periferie, i bar alla "Chinawsky"). Racconta e si racconta senza pietismi. Senza nascondere il suo comportamento scorretto nei confronti di tutto e tutti. L'egoismo e la fame di vita portano alle estreme conseguenze.

Il montaggio frenetico dà costantemente l'idea di un tempo che passa e non perdona. E che lascia inevitabilmente scontare gli errori. Ma che gli errori forse non sono solo parte della vita, ma a volte sono la vita stessa.

Due scene in particolare si impongono: il (silenzioso) incontro con il padre e soprattutto quella in cui, all'uscita di un ristorante, dopo una serata di barzellette, un amico compositore fa ascoltare a Collard una musica che sta componendo. Collard si mette delle cuffie. Immediatamente l'eco delle risate si spegne. Si sente soltanto la musica in sottofondo lenta, malinconica, null'altro. Collard continua a camminare. Per qualche secondo il tempo si congela. L’attimo dopo, un urlo furibondo, disperato di Collard: "Non sono ancora morto... Non voglio morire!!! Non voglio morire..." Ma è già condannato.

Critica cinematografica [modifica]
Collabora a Wikiquote « Cyril Collard, francese, 36 anni, ex rocker, ex assistente di Maurice Pialat, autore di reportages televisivi e di video musicali, è morto di Aids il 5 marzo scorso: e la sua fine dà un pathos speciale a questo primo e unico film di cui è regista e protagonista debuttante, creatore delle canzoni, autore della sceneggiatura tratta da un suo romanzo autobiografico pubblicato nel 1988, edito in Italia da Anabasi. [...] È un film notevole, pieno di vitalità e privo di giudizi morali, triviale e di grande energia, capace di scegliere e far muovere bene due nuovi attori, Romane Bohringer e Carlos Lopez. »

cyrill collard - le nuit fauves <a href="http://www.youtube.com/watch?v=DMiHOmMy58M" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=DMiHOmMy58M</a>



Clicca per vedere l'allegato
Serge Gainsbourg, il cui vero nome è Lucien Ginzberg, nasce a Parigi il 2 aprile 1928 da genitori ebrei che dalla Russia si trasferirono in Francia nel 1917. Dopo aver studiato arte ed aver lavorato come insegnante, cominciò a suonare piano bar nei circuiti locali parigini, dove diventò parte del cast del musical Milord L'Arsoille, assumendo, riluttante, il ruolo di cantante. Cosciente delle sue potenzialità, nonostante i limiti che lui stesso trovava nel suo aspetto fisico, debuttò nel mondo della discografia nel 1958 con l’album DU CHANT A LA UNE!, seguito nel 1961 da L'ETONNANT SERGE GAINSBOURG e nel 1964 da GAINSBOURG CONFIDENTIEL, che non ottennero grande successo, nonostante le composizioni scritte per Petula Clark, Juliette Greco e Dionne Warwick gli diedero poi un’ottima visibilità nel mondo della musica.
Sul finire degli anni ’60 conobbe Brigitte Bardot, del quale divenne poi l’amante. Con la Bardot “musa ispiratrice”, Gainsbourg diede sfogo alla sua natura “erotica”, cimentandosi in diversi duetti tra i quali "Bonnie and Clyde", "Harley Davidson" e "Comic strip". La relazione con la Bardot, seppur breve, fu fondamentale nella sua carriera: nel 1969 incontrò infatti Jane Birkin, con la quale registrò "Je t'aime... moi non plus", brano che inizialmente aveva pensato proprio per la Bardot. La canzone, bandita in diversi paesi tra i quali l’Italia per la sua alta sensualità, ebbe un buon successo nelle classifiche e fu poi riproposta anche da Donna Summer e Ray Conniff. Gainsbourg tornò nel 1971 con il disco HISTOIRE DE MELODY NELSON che proponeva una formula oscura a toccare diversi temi, dalle droghe ai disagi umani, fino al suicidio ed alla misantropia, che diventarono rappresentativi del personaggio in tutto il mondo.
Grazie al successo ottenuto negli anni ’60, che non venne però raggiunto negli anni a venire, Serge Gainsbourg rimase una delle figure più interessanti e controverse del panorama musicale europeo, dove venne celebrato e allo stesso tempo condannato per i suoi comportamenti shoccanti: dopo un duetto con la figlia Charlotte intitolato “Lemon incest”, nel 1984 posò, travestito da donna, per la copertina del disco LOVE ON THE BEAT, una raccolta di canzoni dedicate a personaggi maschili decisamente ambigui.
Dopo anni di abusi di fumo e alcool, Serge Gainsbourg morì a Parigi il 2 marzo 1991, all’età di 63 anni.
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Le visioni virtuali di Douglas Gordon

Douglas Gordon, uno dei più famosi artisti contemporanei... L’artista di origini scozzesi, che nel 1996 vinse il premio del Turner Prize, considerato uno dei riconoscimenti più importanti nel settore, è famoso per le sue video-installazioni di notevoli dimensioni, per i suoi testi e le sue fotografie stampati sui muri degli spazi espositivi di ogni genere. Douglas Gordon, che considera l’immagine proiettata sullo schermo al pari di una scultura.

http://www.youtube.com/watch?v=vp4DxL7gdO0
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QUOTE (sele @ Mar 19 2008, 02:15 PM) *
Le visioni virtuali di Douglas Gordon

Douglas Gordon, uno dei più famosi artisti contemporanei... L’artista di origini scozzesi, che nel 1996 vinse il premio del Turner Prize, considerato uno dei riconoscimenti più importanti nel settore, è famoso per le sue video-installazioni di notevoli dimensioni, per i suoi testi e le sue fotografie stampati sui muri degli spazi espositivi di ogni genere. Douglas Gordon, che considera l’immagine proiettata sullo schermo al pari di una scultura.

http://www.youtube.com/watch?v=vp4DxL7gdO0



Nan Goldin
Ballata della dipendenze sessuale è un diaporama diffuso nei musei di cui esistono più versioni. E difficile distinguervi ciò che è spontaneo da ciò che è messo in posa, ciò che è costruito da quello che è colto al volo. Vi si vede il suo entourage subire il travaglio della vita: vecchiaia, amore, morte, infanzia si succedono nei pochi secondi della proiezione prima dell'immagine successiva. Questo gruppo di persone a lei vicine di cui molte sono scomparse risulta ghermito in una congiura orchestrata dalla morte.

http://www.youtube.com/watch?v=ny6X0ZX6bPI...feature=related
sele
QUOTE (neva @ Mar 21 2008, 01:17 PM) *


grazie neva...


oggi, la bellissima monica vitti... deserto rosso di michelangelo antonioni http://www.youtube.com/watch?v=V36UdDsOzbU
Cymorill
QUOTE (sele @ Mar 13 2008, 09:59 AM) *
Cyril Collard - le notti selvagge ( le nuits fauves)

Jean, un cineoperatore bisessuale trentenne parigino, scopre di essere sieropositivo. Jean inizia una relazione con Laura, una giovane attrice, a cui non rivela la propria sieropositività e con cui ha rapporti sessuali non protetti.

Quando la ragazza lo scopre dapprima lo rifiuta ma poi decide di continuare il rapporto con lui. Nel frattempo Jean intreccia anche una relazione con un giovane di origine spagnola. La situazione degenera quando Laura, che si fa sempre più possessiva, viene fatta ricoverare in una clinica dalla madre.
Collard dipinge un affresco servendosi di una Parigi vista dall'alto (i tramonti dal suo attico) e dal basso (le periferie, i bar alla "Chinawsky"). Racconta e si racconta senza pietismi. Senza nascondere il suo comportamento scorretto nei confronti di tutto e tutti. L'egoismo e la fame di vita portano alle estreme conseguenze.

Il montaggio frenetico dà costantemente l'idea di un tempo che passa e non perdona. E che lascia inevitabilmente scontare gli errori. Ma che gli errori forse non sono solo parte della vita, ma a volte sono la vita stessa.

Due scene in particolare si impongono: il (silenzioso) incontro con il padre e soprattutto quella in cui, all'uscita di un ristorante, dopo una serata di barzellette, un amico compositore fa ascoltare a Collard una musica che sta componendo. Collard si mette delle cuffie. Immediatamente l'eco delle risate si spegne. Si sente soltanto la musica in sottofondo lenta, malinconica, null'altro. Collard continua a camminare. Per qualche secondo il tempo si congela. L’attimo dopo, un urlo furibondo, disperato di Collard: "Non sono ancora morto... Non voglio morire!!! Non voglio morire..." Ma è già condannato.

Critica cinematografica [modifica]
Collabora a Wikiquote « Cyril Collard, francese, 36 anni, ex rocker, ex assistente di Maurice Pialat, autore di reportages televisivi e di video musicali, è morto di Aids il 5 marzo scorso: e la sua fine dà un pathos speciale a questo primo e unico film di cui è regista e protagonista debuttante, creatore delle canzoni, autore della sceneggiatura tratta da un suo romanzo autobiografico pubblicato nel 1988, edito in Italia da Anabasi. [...] È un film notevole, pieno di vitalità e privo di giudizi morali, triviale e di grande energia, capace di scegliere e far muovere bene due nuovi attori, Romane Bohringer e Carlos Lopez. »

cyrill collard - le nuit fauves <a href="http://www.youtube.com/watch?v=DMiHOmMy58M" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=DMiHOmMy58M</a>

questo film nn è ancora in commercio. sad.gif nn hanno ancora fatto il dvd. spero i sbrighino
atma
QUOTE (sele @ Mar 21 2008, 10:00 PM) *
grazie neva...


oggi, la bellissima monica vitti... deserto rosso di michelangelo antonioni http://www.youtube.com/watch?v=V36UdDsOzbU

deserto rosso è il mio film preferito....che meraviglia la vitti...
atma
QUOTE (Cymorill @ Mar 21 2008, 10:32 PM) *
questo film nn è ancora in commercio. sad.gif nn hanno ancora fatto il dvd. spero i sbrighino

purtroppo Cym non è piu in commercio... sad.gif bisogna essere davvero fortunati per trovarlo
Cymorill
ieri sera ho visto un film orientale che nn so se fosse giappo , cino, o coreano... il titolo tradotto in italiano è uno , due , tre. parla di droga. di un ragazzo che entra in un centro per la disintossicazione. è il film più bello che ho visto fin ora. se lo conoscete mi potete scrivere il tittolo esatto?. lo hanno fatto a cose mai vite su rai tre, ieri notte.. il primo dei tre film in programmazione.
tessen
QUOTE (Cymorill @ Mar 22 2008, 12:30 PM) *
ieri sera ho visto un film orientale che nn so se fosse giappo , cino, o coreano... il titolo tradotto in italiano è uno , due , tre. parla di droga. di un ragazzo che entra in un centro per la disintossicazione. è il film più bello che ho visto fin ora. se lo conoscete mi potete scrivere il tittolo esatto?. lo hanno fatto a cose mai vite su rai tre, ieri notte.. il primo dei tre film in programmazione.

se mi dai + o - l'ora in cui era programmato posso provare a trovarlo
maria
Ritrovato in You Tube; uno dei grandi classici, in edizione Hollywood 1950.


http://www.youtube.com/watch?v=uyCEqpMupIc
Cymorill
QUOTE (tessen @ Mar 22 2008, 02:27 PM) *
se mi dai + o - l'ora in cui era programmato posso provare a trovarlo

rai tre . trasmissione COSe MAI VISTE. tipo una di notte. due massimo.. bhoooo
neva
una volta tanto un buon film italiano di Silvio Soldini, va

senza adulti ritardati e giovani che non vogliono crescere mai, come dice Tarantino


http://it.youtube.com/watch?v=hiyORFElMGg

http://it.youtube.com/watch?v=xJvb7uiz1Cw&...feature=related
sele
BARNETT NEWMAN http://www.youtube.com/watch?v=Gkl1erbB9-Q

Espressionismo Astratto.
La corrente contemplativa dell'Espressionismo Astratto

Sala museale con quadri espressionisti astrattiLa grandezza della New York School consiste soprattutto nel fatto di essersi emancipata dalle influenze culturali dell'epoca e aver originato un'arte nuova e incisiva, in sintonia con la condizione psicologica e intellettuale dell'artista contemporaneo.
La maturazione dei suoi protagonisti si è svolta in un clima di grande libertà interpretativa. Ma proprio tale libertà ha permesso che, già alla fine degli anni '40, al suo interno si manifestassero concezioni e stili diversi tra loro.
Attorno al 1949, con le nuove opere di Mark Rothko, Clyfford Still e Barnett Newman, comincia a delinearsi una corrente cosiddetta "contemplativa", o "meditativa". La definizione pone in risalto tre qualità fondamentali che la distinguono dalla linea più aspra ed energetica dell' Espressionismo Astratto:

* l'esclusione dall'opera di tutti gli elementi che possono distrarre la concentrazione dell'osservatore
* l'enfasi sulla capacità della pittura di esprimere valori universali ed eterni
* l'attenuazione della componente motoria, gestuale.

La corrente "contemplativa" si manifesta attraverso un genere di pittura completamente astratto.
Le opere sono caratterizzate da vaste campiture monocromatiche più o meno regolari, disposte su sfondi omogenei. Il ruolo centrale dei "campi di colore" ha portato il critico americano Clemence Greenberg a denominare questa pittura Color Field Painting (pittura a campi di colore), anche se alcuni critici hanno in seguito assegnato il nome a un altro gruppo di artisti.
I "campi di colore" sono molto diversi da un artista all'altro. Nei quadri di Mark Rothko, si presentano sotto forma di bande rettangolari, fluttuanti su sfondi omogenei. Nel caso di Clyfford Still, assomigliano a giganteschi laghi di colori con margini frastagliati, interrotti da fenditure di colori contrastanti, simili a crateri. Nei quadri di Adolph Gottlieb assumono l'aspetto di due masse monocrome sovrapposte, quella superiore a forma di disco e quella inferiore di una matassa irregolare. In Barnett Newman si dilatano in enormi superfici rettangolari regolari e uniformi, interrotte solo da bande verticali.
Per quanto diverse, queste le opere di questi artisti presentano comunque alcune analogie fondamentali.

* L'esigenza di concentrare l'attenzione dell'osservatore fa sì che la pittura si riduca alla sua essenza, il colore.
* L'assenza degli accenti tipici dell'astrattismo gestuale (sgocciolature, sciabolate di colore, spazzolate gigantesche) esalta le qualità sensoriali dell'opera.
* Le grandi dimensioni e l'aspetto monumentale delle opere determinano effetti spaziali.

La concentrazione assorta e monumentale delle grandi tele di Rothko, Gottlieb, Still, Newman induce a una sorta di contemplazione intima e meditativa, che proietta l'osservatore in una dimensione spirituale.
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LODZ, la miglior scuola di cinema d'europa.


Studiare cinema: la Scuola di Lódz

Per capire meglio la produzione cinematografica dell'area europea centro-orientale che anche oggi continua a stupire fin nelle opere dei debuttanti, per l'alto livello di professionalità testimoniato dalla fattura filmica di qualsivoglia genere o formato (dal lungo al medio al cortometraggio, dalla fiction al documentario, dall'animazione alla sperimentazione, al video) e per l'incisività del lavoro degli attori, bisogna forse dedicare un momento di attenzione alla grande tradizione di didattica del cinema che caratterizza quest'area europea. Scorrendo le filmografie non c'è nome di regista, attore, fotografo, scenografo, ecc. che non sia uscito da una delle serissime scuole (per lo più statali e per lo meno una per paese, persino in Albania), diventate negli anni polo di attrazione anche per studenti provenienti dagli altri paesi europei. La FAMU di Praga, il Balász Béla Stúdió di Budapest, la Panstowa Wyzsza Szkola Filmowa, Telewizyjna i Teatralna di Lódz, l'Akademia Dramske Umjetnosti di Zagabria, l'Akademija za gledalisce, radio, film in televizijo di Lubiana, la Hochschule für Fernsehen und Film di Monaco, la Scuola d'animazione di Zagabria, la Pannónia Film di Budapest, la scuola ceca d'animazione A. Barrandov, per ricordare solo le più note, hanno formato professionalmente personalità artistiche poi diventate patrimonio del cinema internazionale (Kieslowski, Munk, Wajda, Zanussi, Szabo, Jancsó, Papic, Gyöngyössy, Nemec, Kawalerowicz, Wenders, Kluge, Herzog, Reitz,...). Trieste Contemporanea ritiene importante offrire attraverso il giornale alcune utili informazioni su questi centri didattici e vuole cominciare dalla Scuola di Lódz che celebra quest'anno il cinquantenario della prestigiosa e ininterrotta attività .

La Scuola nazionale di cinema, teatro e televisione di Lódz, che festeggia quest'anno il suo cinquantesimo anno di attività, essendo stata istituita nel 1948, è stata importante luogo di formazione per i più grandi talenti del cinema polacco e centro di propulsione culturale di rilievo. Vale la pena pertanto ripercorrerne per sommi capi la storia. Al termine della seconda guerra mondiale Lódz si presentava come l'unica grande città polacca rimasta quasi indenne dalla guerra, a differenza di Varsavia, andata completamente distrutta. Pertanto l'istituzione della Scuola nazionale di Cinema contribuì anche a far assumere alla città un ruolo di maggiore importanza dal punto di vista della vitalità culturale che prima della guerra era stata esclusivo appannaggio di Varsavia e Cracovia.

I teatri lirici e di prosa, i cabaret, i cinema ripresero le loro attività, portando alla ribalta attori e registi che la guerra aveva disperso. Poco a poco Lódz divenne il nuovo centro della produzione cinematografica polacca, con un proprio studio e una sua scuola di cinema. Alla sua nascita la scuola concentrò la sua didattica in due distinti dipartimenti: regia e cinematografia. All'inizio l'insegnamento si limitava a semplici produzioni di gruppo, ma ben presto cominciarono ad emergere film diretti e prodotti da singoli studenti, girati su formato professionale standard di 35mm. Tra i primi studenti che si iscrissero alla Scuola ricordiamo i registi Andrzej Munk, Andrzej Wajda, Janusz Morgenstern, il quale alla fine degli anni Cinquanta divenne famoso come uno dei fondatori della "Scuola Polacca" di cinematografia, insieme a Jerzy Wójcik, Witold Sobocinski, Mieczyslaw Jahoda, Wieslaw Zdort e Adam Holender. Nell'immediato dopoguerra i primi insegnanti furono Jerzy Bossak, Wanda Jakubowska, Stanislaw Wohl, Antoni Bohdziewicz e Jerzy Toeplitz. Tra gli studenti di maggior talento che frequentarono la Scuola negli anni Cinquanta va citato Roman Polanski, che nel 1958 fu premiato per il suo film di diploma Due uomini e un armadio alla Fiera Mondiale di Bruxelles.Dopo i cambiamenti politici del 1956 la produzione cinematografica polacca subisce una rapida e profonda trasformazione, che influenza notevolmente i nuovi fermenti della Scuola di Lódz. Viene attuato un originale piano di studi ideato dal professor Jerzy Toeplitz, rettore della Scuola dal 1957. Questo nuovo piano si distingueva da altri metodi didattici perchè riusciva a combinare coerentemente la parte teorica con l'aspetto pratico, cercando di mettere in risalto la personalità dei singoli studenti. Nel 1958 la Scuola cinematografica e la Scuola di teatro si unificarono, formando così un'unica istituzione. Da quel momento diventa parte integrante della Scuola il dipartimento di recitazione. In quegli anni la Scuola occupò un ruolo centrale nell'avanguardia polacca e la sua presenza ebbe un notevole impatto sulla vita culturale di tutto il paese. Va ricordato ad esempio che fu proprio la Scuola di Lódz a promuovere la diffusione e lo sviluppo del jazz, musica allora proibita, in Polonia, in quanto uno dei più noti cineasti, Jerzy Sobocinski, era anche un conosciuto musicista jazz, così come Jerzy Matuszkiewicz, che suonava il pianoforte e il sassofono: essi formarono il primo gruppo musicale jazz polacco. Particolarmente felici gli anni Sessanta, che vedono la Scuola frequentata da giovani aspiranti registi che in seguito raggiungeranno la notorietà anche a livello internazionale. Basta citare Krzysztof Zanussi, Jerzy Skolimowski, Edward Zebrowski, Krzysztof Kieslowski, Marcel Lozinski, e gli operatori Slawomir Idziak e Edward Klosinski. Dopo che nel 1968 il professor Toeplitz, insieme ad altri colleghi, abbandona l'insegnamento, la Scuola attraversa un periodo difficile, senza mai cedere però a pressioni di tipo politico. Agli inizi degli anni Settanta comincia la sua attività d'insegnamento presso la Scuola Wojciech Has e fanno ritorno anche Jerzy Bossak e per un periodo Wanda Jakubowska. Anche tra gli studenti di questi anni vanno ricordati alcuni uomini che in seguito sarebbero diventati celebri: Andrzej Baranski, Ryszard Bugajski, Feliks Falk, Filip Bajon, Piotr Szulkin, Juliusz Machulski, Zbigniew Rybczynski, Janusz Kijowski, Dorota Kedzierzawska, Jakub Kolski, Mariusz Grzegorzek, Jolanta Dylewska e altri ancora, destinati a rivitalizzare il panorama del cinema polacco. Alla fine degli anni Settanta la Scuola comincia ad avviare una serie di contatti e collaborazioni a livello internazionale e gli studenti iniziano a partecipare a numerosi festival cinematografici, vincendo premi prestigiosi a Cannes, Oberhausen, Mannheim, Monaco, Tel-Aviv, Angers, Poitiers, Edinburgo e Cracovia.

IL PIANO DI STUDI

Il piano di studi è sempre stato suddiviso in una parte teorica, e in una parte pratica, costituita dalle esercitazioni e dai film realizzati da studenti di regia e allievi operatori. La parte pratica è stata sempre considerata la parte più importante del piano di studi della Scuola. L'insegnamento viene concepito come un'esperienza significativa di stretta collaborazione tra allievi e professori, i quali cercano di aiutare gli studenti a trovare le soluzioni di tipo artistico e tecnico per i loro lavori. Allo stesso tempo, però, gli allievi hanno un'ampia libertà di scegliere il soggetto di un film, le locations, il tipo di montaggio o il suono. I professori iniziano a seguire gli studenti dal momento in cui questi cominciano a sviluppare un loro soggetto, nella fase di pre-produzione, seguendo poi la lavorazione del film fino alla fase di post-produzione (montaggio, etc.). Nel Dipartimento di cinematografia vengono tenuti numerosi corsi, tra i quali tecnica delle luci, tecnica dell'esposizione della pellicola e fotografia. La maggior parte degli insegnanti della Scuola lavorano anche nel mondo "reale" dell'industria cinematografica e televisiva. I corsi di teoria includono storia del cinema, storia dell'arte, teoria cinematografica, musica e un corso sui diritti d'autore. Le materie tecniche includono seminari ed esercitazioni pratiche con gli studenti di recitazione, regia, tecnica del suono, montaggio e sceneggiatura. Tutti i film degli allievi della Scuola, comprese le esercitazioni, sono realizzati su pellicola. I lavori televisivi, invece, sono realizzati in un altro studio con apposite telecamere, usando il sistema U-Matic. Per quanto riguarda, infine, i documentari, vengono utilizzate cassette S - VHS. La scuola è dotata di attrezzature proprie che mette a disposizione degli studenti e che includono cineprese 35mm, proiettori, macchinari per le luci, sale adibite al montaggio, al suono (con registratori Nagra) e al mixaggio. Inoltre la Scuola possiede due sale di proiezione sia a 35mm che a 16mm; una sala video; un archivio con un'ampia collezione di film di studenti del passato e di film usati nelle esercitazioni pratiche; una biblioteca con la più vasta collezione di libri di cinema della Polonia e una raccolta di CD con le colonne sonore dei film; una casa dello studente ed una mensa.

GLI STUDENTI E I LORO STUDI

Al momento attuale la Scuola include diversi corsi, tra cui quello di regia televisiva e cinematografica, quello di cinematografia (di cui fa parte anche quello dedicato al cinema d'animazione) ed infine quello di recitazione. I corsi hanno una durata complessiva di quattro anni al termine dei quali gli allievi ricevono un diploma di laurea. Inoltre, gli studenti hanno la possibilità di seguire: un corso della durata di due anni in produzione televisiva e cinematografica; un corso di specializzazione di tre anni per professionisti che già lavorano nel campo televisivo; un corso di due anni in fotografia; un corso di due anni in sceneggiatura. Il corso di regia cinematografica è seguito da 131 studenti, tra cui molti provengono da altri paesi (Danimarca, Norvegia, Svezia, Gran Bretagna, Venezuela, Svizzera, Stati Uniti d'America, Germania e altri ancora). Il corso di recitazione è seguito invece da 78 studenti. In Polonia la Scuola di Lódz è unica nel suo genere. Viene finanziata dallo Stato e dipende dal Ministero della Cultura e delle Arti e dal Ministero dell'Istruzione. Mentre per gli studenti polacchi non sono previste tasse, quelli stranieri accedono ai corsi solo a pagamento. Oltre all'attività didattica la Scuola organizza numerose proiezioni in Polonia e all'estero, così come simposi e conferenze. Per anni la Scuola ha organizzato un Festival del Cinema e dal 1994 cura il festival internazionale del cinema studentesco "MEDIASCHOOL" che richiama molti studenti dall'estero. La Scuola è inoltre membro del CILECT - "Centre International de Liaisons des Ecoles de Cinéma et de Télévision", l'organizzazione mondiale delle scuole di cinema. Henryk Kluba, l'attuale rettore della Scuola di cinema di Lódz vi ha lavorato per ben 45 anni, "all'inizio come studente - spiega - poi come tutore ed in seguito al mio primo film, Skinny e gli altri, del 1966, fui letteralmente obbligato a lasciarmi coinvolgere attivamente dai numerosi corsi ed iniziative della Scuola, anche se non ho tardato molto a farmi convincere, dato il mio interesse per la teoria del cinema. " Kluba sostiene che oggi la Scuola è molto cambiata rispetto al passato, soprattutto per quanto riguarda i metodi d'insegnamento. Una volta non veniva data particolare attenzione al corso di regia forse perchè la Scuola non era abbastanza matura per offrire dei corsi specifici. Oggi l'insegnamento si basa su tre elementi fondamentali: la prima tappa del percorso è costituita da lezioni sulla produzione e sul montaggio, la seconda da corsi di sceneggiatura e la terza dalla recitazione degli attori. Il corso più importante è quello di regia cinematografica, anche se uno studente deve essere in grado di dirigere pure un programma televisivo o una commedia teatrale. Kluba sottolinea inoltre che i giovani registi e operatori dovrebbero continuare ad ispirarsi ai modelli offerti dalla tradizione e dal ricco passato della Scuola, tenendosi però allo stesso tempo al passo coi tempi, soprattutto per quanto concerne le nuove tecnologie e le nuove forme di espressione artistica da esse prodotte, quali ad esempio i videoclip musicali, gli spot televisivi, e così via.



Panstowa Wyzsza Szkola Filmova Telewizyjna i Teatralna
ul. Targowa 61/63 90-323 Lódz- PL
tel.: ++48 42 6743943/6748088 fax.: ++48 42 6748139
e-mail: swzfilm@mazurek.man.lodz.pl
sito internet: www.szkola.filmowa.lodz.pl
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QUOTE (sele @ Mar 25 2008, 11:27 AM) *
LODZ, la miglior scuola di cinema d'europa.


Studiare cinema: la Scuola di Lódz

Per capire meglio la produzione cinematografica dell'area europea centro-orientale che anche oggi continua a stupire fin nelle opere dei debuttanti, per l'alto livello di professionalità testimoniato dalla fattura filmica di qualsivoglia genere o formato (dal lungo al medio al cortometraggio, dalla fiction al documentario, dall'animazione alla sperimentazione, al video) e per l'incisività del lavoro degli attori, bisogna forse dedicare un momento di attenzione alla grande tradizione di didattica del cinema che caratterizza quest'area europea. Scorrendo le filmografie non c'è nome di regista, attore, fotografo, scenografo, ecc. che non sia uscito da una delle serissime scuole (per lo più statali e per lo meno una per paese, persino in Albania), diventate negli anni polo di attrazione anche per studenti provenienti dagli altri paesi europei. La FAMU di Praga, il Balász Béla Stúdió di Budapest, la Panstowa Wyzsza Szkola Filmowa, Telewizyjna i Teatralna di Lódz, l'Akademia Dramske Umjetnosti di Zagabria, l'Akademija za gledalisce, radio, film in televizijo di Lubiana, la Hochschule für Fernsehen und Film di Monaco, la Scuola d'animazione di Zagabria, la Pannónia Film di Budapest, la scuola ceca d'animazione A. Barrandov, per ricordare solo le più note, hanno formato professionalmente personalità artistiche poi diventate patrimonio del cinema internazionale (Kieslowski, Munk, Wajda, Zanussi, Szabo, Jancsó, Papic, Gyöngyössy, Nemec, Kawalerowicz, Wenders, Kluge, Herzog, Reitz,...). Trieste Contemporanea ritiene importante offrire attraverso il giornale alcune utili informazioni su questi centri didattici e vuole cominciare dalla Scuola di Lódz che celebra quest'anno il cinquantenario della prestigiosa e ininterrotta attività .

La Scuola nazionale di cinema, teatro e televisione di Lódz, che festeggia quest'anno il suo cinquantesimo anno di attività, essendo stata istituita nel 1948, è stata importante luogo di formazione per i più grandi talenti del cinema polacco e centro di propulsione culturale di rilievo. Vale la pena pertanto ripercorrerne per sommi capi la storia. Al termine della seconda guerra mondiale Lódz si presentava come l'unica grande città polacca rimasta quasi indenne dalla guerra, a differenza di Varsavia, andata completamente distrutta. Pertanto l'istituzione della Scuola nazionale di Cinema contribuì anche a far assumere alla città un ruolo di maggiore importanza dal punto di vista della vitalità culturale che prima della guerra era stata esclusivo appannaggio di Varsavia e Cracovia.

I teatri lirici e di prosa, i cabaret, i cinema ripresero le loro attività, portando alla ribalta attori e registi che la guerra aveva disperso. Poco a poco Lódz divenne il nuovo centro della produzione cinematografica polacca, con un proprio studio e una sua scuola di cinema. Alla sua nascita la scuola concentrò la sua didattica in due distinti dipartimenti: regia e cinematografia. All'inizio l'insegnamento si limitava a semplici produzioni di gruppo, ma ben presto cominciarono ad emergere film diretti e prodotti da singoli studenti, girati su formato professionale standard di 35mm. Tra i primi studenti che si iscrissero alla Scuola ricordiamo i registi Andrzej Munk, Andrzej Wajda, Janusz Morgenstern, il quale alla fine degli anni Cinquanta divenne famoso come uno dei fondatori della "Scuola Polacca" di cinematografia, insieme a Jerzy Wójcik, Witold Sobocinski, Mieczyslaw Jahoda, Wieslaw Zdort e Adam Holender. Nell'immediato dopoguerra i primi insegnanti furono Jerzy Bossak, Wanda Jakubowska, Stanislaw Wohl, Antoni Bohdziewicz e Jerzy Toeplitz. Tra gli studenti di maggior talento che frequentarono la Scuola negli anni Cinquanta va citato Roman Polanski, che nel 1958 fu premiato per il suo film di diploma Due uomini e un armadio alla Fiera Mondiale di Bruxelles.Dopo i cambiamenti politici del 1956 la produzione cinematografica polacca subisce una rapida e profonda trasformazione, che influenza notevolmente i nuovi fermenti della Scuola di Lódz. Viene attuato un originale piano di studi ideato dal professor Jerzy Toeplitz, rettore della Scuola dal 1957. Questo nuovo piano si distingueva da altri metodi didattici perchè riusciva a combinare coerentemente la parte teorica con l'aspetto pratico, cercando di mettere in risalto la personalità dei singoli studenti. Nel 1958 la Scuola cinematografica e la Scuola di teatro si unificarono, formando così un'unica istituzione. Da quel momento diventa parte integrante della Scuola il dipartimento di recitazione. In quegli anni la Scuola occupò un ruolo centrale nell'avanguardia polacca e la sua presenza ebbe un notevole impatto sulla vita culturale di tutto il paese. Va ricordato ad esempio che fu proprio la Scuola di Lódz a promuovere la diffusione e lo sviluppo del jazz, musica allora proibita, in Polonia, in quanto uno dei più noti cineasti, Jerzy Sobocinski, era anche un conosciuto musicista jazz, così come Jerzy Matuszkiewicz, che suonava il pianoforte e il sassofono: essi formarono il primo gruppo musicale jazz polacco. Particolarmente felici gli anni Sessanta, che vedono la Scuola frequentata da giovani aspiranti registi che in seguito raggiungeranno la notorietà anche a livello internazionale. Basta citare Krzysztof Zanussi, Jerzy Skolimowski, Edward Zebrowski, Krzysztof Kieslowski, Marcel Lozinski, e gli operatori Slawomir Idziak e Edward Klosinski. Dopo che nel 1968 il professor Toeplitz, insieme ad altri colleghi, abbandona l'insegnamento, la Scuola attraversa un periodo difficile, senza mai cedere però a pressioni di tipo politico. Agli inizi degli anni Settanta comincia la sua attività d'insegnamento presso la Scuola Wojciech Has e fanno ritorno anche Jerzy Bossak e per un periodo Wanda Jakubowska. Anche tra gli studenti di questi anni vanno ricordati alcuni uomini che in seguito sarebbero diventati celebri: Andrzej Baranski, Ryszard Bugajski, Feliks Falk, Filip Bajon, Piotr Szulkin, Juliusz Machulski, Zbigniew Rybczynski, Janusz Kijowski, Dorota Kedzierzawska, Jakub Kolski, Mariusz Grzegorzek, Jolanta Dylewska e altri ancora, destinati a rivitalizzare il panorama del cinema polacco. Alla fine degli anni Settanta la Scuola comincia ad avviare una serie di contatti e collaborazioni a livello internazionale e gli studenti iniziano a partecipare a numerosi festival cinematografici, vincendo premi prestigiosi a Cannes, Oberhausen, Mannheim, Monaco, Tel-Aviv, Angers, Poitiers, Edinburgo e Cracovia.

IL PIANO DI STUDI

Il piano di studi è sempre stato suddiviso in una parte teorica, e in una parte pratica, costituita dalle esercitazioni e dai film realizzati da studenti di regia e allievi operatori. La parte pratica è stata sempre considerata la parte più importante del piano di studi della Scuola. L'insegnamento viene concepito come un'esperienza significativa di stretta collaborazione tra allievi e professori, i quali cercano di aiutare gli studenti a trovare le soluzioni di tipo artistico e tecnico per i loro lavori. Allo stesso tempo, però, gli allievi hanno un'ampia libertà di scegliere il soggetto di un film, le locations, il tipo di montaggio o il suono. I professori iniziano a seguire gli studenti dal momento in cui questi cominciano a sviluppare un loro soggetto, nella fase di pre-produzione, seguendo poi la lavorazione del film fino alla fase di post-produzione (montaggio, etc.). Nel Dipartimento di cinematografia vengono tenuti numerosi corsi, tra i quali tecnica delle luci, tecnica dell'esposizione della pellicola e fotografia. La maggior parte degli insegnanti della Scuola lavorano anche nel mondo "reale" dell'industria cinematografica e televisiva. I corsi di teoria includono storia del cinema, storia dell'arte, teoria cinematografica, musica e un corso sui diritti d'autore. Le materie tecniche includono seminari ed esercitazioni pratiche con gli studenti di recitazione, regia, tecnica del suono, montaggio e sceneggiatura. Tutti i film degli allievi della Scuola, comprese le esercitazioni, sono realizzati su pellicola. I lavori televisivi, invece, sono realizzati in un altro studio con apposite telecamere, usando il sistema U-Matic. Per quanto riguarda, infine, i documentari, vengono utilizzate cassette S - VHS. La scuola è dotata di attrezzature proprie che mette a disposizione degli studenti e che includono cineprese 35mm, proiettori, macchinari per le luci, sale adibite al montaggio, al suono (con registratori Nagra) e al mixaggio. Inoltre la Scuola possiede due sale di proiezione sia a 35mm che a 16mm; una sala video; un archivio con un'ampia collezione di film di studenti del passato e di film usati nelle esercitazioni pratiche; una biblioteca con la più vasta collezione di libri di cinema della Polonia e una raccolta di CD con le colonne sonore dei film; una casa dello studente ed una mensa.

GLI STUDENTI E I LORO STUDI

Al momento attuale la Scuola include diversi corsi, tra cui quello di regia televisiva e cinematografica, quello di cinematografia (di cui fa parte anche quello dedicato al cinema d'animazione) ed infine quello di recitazione. I corsi hanno una durata complessiva di quattro anni al termine dei quali gli allievi ricevono un diploma di laurea. Inoltre, gli studenti hanno la possibilità di seguire: un corso della durata di due anni in produzione televisiva e cinematografica; un corso di specializzazione di tre anni per professionisti che già lavorano nel campo televisivo; un corso di due anni in fotografia; un corso di due anni in sceneggiatura. Il corso di regia cinematografica è seguito da 131 studenti, tra cui molti provengono da altri paesi (Danimarca, Norvegia, Svezia, Gran Bretagna, Venezuela, Svizzera, Stati Uniti d'America, Germania e altri ancora). Il corso di recitazione è seguito invece da 78 studenti. In Polonia la Scuola di Lódz è unica nel suo genere. Viene finanziata dallo Stato e dipende dal Ministero della Cultura e delle Arti e dal Ministero dell'Istruzione. Mentre per gli studenti polacchi non sono previste tasse, quelli stranieri accedono ai corsi solo a pagamento. Oltre all'attività didattica la Scuola organizza numerose proiezioni in Polonia e all'estero, così come simposi e conferenze. Per anni la Scuola ha organizzato un Festival del Cinema e dal 1994 cura il festival internazionale del cinema studentesco "MEDIASCHOOL" che richiama molti studenti dall'estero. La Scuola è inoltre membro del CILECT - "Centre International de Liaisons des Ecoles de Cinéma et de Télévision", l'organizzazione mondiale delle scuole di cinema. Henryk Kluba, l'attuale rettore della Scuola di cinema di Lódz vi ha lavorato per ben 45 anni, "all'inizio come studente - spiega - poi come tutore ed in seguito al mio primo film, Skinny e gli altri, del 1966, fui letteralmente obbligato a lasciarmi coinvolgere attivamente dai numerosi corsi ed iniziative della Scuola, anche se non ho tardato molto a farmi convincere, dato il mio interesse per la teoria del cinema. " Kluba sostiene che oggi la Scuola è molto cambiata rispetto al passato, soprattutto per quanto riguarda i metodi d'insegnamento. Una volta non veniva data particolare attenzione al corso di regia forse perchè la Scuola non era abbastanza matura per offrire dei corsi specifici. Oggi l'insegnamento si basa su tre elementi fondamentali: la prima tappa del percorso è costituita da lezioni sulla produzione e sul montaggio, la seconda da corsi di sceneggiatura e la terza dalla recitazione degli attori. Il corso più importante è quello di regia cinematografica, anche se uno studente deve essere in grado di dirigere pure un programma televisivo o una commedia teatrale. Kluba sottolinea inoltre che i giovani registi e operatori dovrebbero continuare ad ispirarsi ai modelli offerti dalla tradizione e dal ricco passato della Scuola, tenendosi però allo stesso tempo al passo coi tempi, soprattutto per quanto concerne le nuove tecnologie e le nuove forme di espressione artistica da esse prodotte, quali ad esempio i videoclip musicali, gli spot televisivi, e così via.



Panstowa Wyzsza Szkola Filmova Telewizyjna i Teatralna
ul. Targowa 61/63 90-323 Lódz- PL
tel.: ++48 42 6743943/6748088 fax.: ++48 42 6748139
e-mail: swzfilm@mazurek.man.lodz.pl
sito internet: www.szkola.filmowa.lodz.pl





la bellissima MAYA DEREN Clicca per vedere l'allegato

http://www.youtube.com/watch?v=IQyxcwIxcTQ

MAYA DEREN

Regista e attrice

(Kiev, Ucraina, 29 Aprile 1917 - New York, USA, 13 Ottobre 1961)



Figlia di uno psichiatra, nel 1922 emigra negli Stati Uniti con la famiglia e frequenta l’Università di Syracuse di giornalismo e scienze politiche. Oltre a laurearsi in Arte all’Università di New York studia Lingua Inglese allo Smith College di Northampton. Conosce Katherine Dunham e il suo gruppo di danza. Si sposa in seconde nozze con il regista Alexander Hammid (Sasha, che in seguito le farà da operatore) e in coppia dirigono il corto “Meshes of the Afternoon” (“Reti del pomeriggio”, 1942), piccolo capolavoro che descrive con stile onirico il suicidio di una ragazza (interpretata da lei stessa).

Da questo momento i suoi film “da camera” lirici e surreali, nei quali la danza e l’espressione corporea hanno spesso molta importanza, diviene uno dei maggiori esponenti del cinema americano d’avanguardia.

Nel 1944 gira il primo corto da sola, “At Land” (“A terra”) e l’anno dopo “A Study in Coreography for Camera” (“Uno studio di coreografia per macchina da presa”). Nel primo troviamo tracce evidenti del surrealismo, da Cocteau a Buñuel, il secondo è la danza di un ballerino al rallentatore.

Nel 1946 è la volta di “Ritual in Transfigurated Time” (“Rituale in tempo trasfigurato”) dove il ballo è ancora protagonista, segue “An Anagram of Ideas on Art, Form and the Film” (“Un anagramma di idee sull’arte. Forma e Film”, 1946) e “Meditation of Violence” (“Meditazione sulla violenza”, 1948) nel quale riprende un pugile sul ring.

Ottiene una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim grazie alla quale si trasferisce ad Haiti una decina d’anni durante i quali studia i rituali voodoo e nel 1953 gira “The Divine Horseman: The Living Gods of Haiti” (1953), un altro lavoro sperimentale (la fotografia è al negativo) sulla danza intitolato “The Very Eye of the Night” (“L’enorme occhio della notte”, 1959) e un film che la morte, avvenuta nel 1961 per emorragia cerebrale, le impedirà di montare.

Attraverso le sue opere e i suoi studi, lascia al cinema indipendente americano, a detta di molti critici e registi underground, un grande insegnamento.

Nel 1961 esce postumo “Witch ‘s Cradle” (“La culla della strega”) e nel 1975 un film costruito con la pellicola inutilizzata del suo “A Study in Coreography for Camera”.
Cymorill
oggi LELLA COSTA :


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critica e video di ALICE UNA MERAVIGLIA DI PAESE :

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Biografia di Lella Costa

Lella Costa non è figlia d’arte, anche se d’arte visse e vive; non ha un nome d’arte, ma solo un diminutivo, con cui è chiamata da sempre, visto che per l’anagrafe è Gabriella; e se di arte un pochino forse, ormai, ne ha, di parte continua a interpretarne ostinatamente una: se stessa.
Non è sempre stato così, ma quasi: subito dopo gli studi, vale a dire l’università di lettere e un diploma all’accademia dei Filodrammatici con tanto di Medaglia d’oro, inizia a lavorare con Massimo Rossi, per approdare, nel 1980, al suo primo monologo, scritto da Stella Leonetti: “Repertorio, cioè l’orfana e il reggicalze”.
E’ l’inizio di un percorso che la porterà a frequentare esclusivamente autori contemporanei (ancora la Leonetti, Renzo Rosso, Mrozek), a farsi le ossa alla radio, ad avvicinarsi al cosiddetto teatro-cabaret con un altro monologo, scritto nell’85 da Patrizia Balzanelli, finché, nel marzo dell’87, debutta con il primo spettacolo di cui è anche autrice, “Adlib”, a cui l’anno dopo seguirà “Coincidenze”.
Il successo è inatteso quanto gradito, e porta con se anche un po' di televisione (La TV delle ragazze, Fate il vostro gioco, Ottantanonpiùottanta, Il gioco dei nove e ovviamente il Maurizio Costanzo Show), e perfino un po’ di cinema “Ladri di saponette” di Maurizio Nichetti, “Visioni private” di Francesco Calogero.
Nel febbraio del ‘90 è di nuovo in scena con il suo terzo monologo, “Malsottile”, una sorta di riflessione ironica e poetica su un tema che ama molto: la memoria.
Nel gennaio ’92 esce, edito da Feltrinelli, “La daga nel loden”, raccolta di testi degli spettacoli realizzati fino al ’91; contemporaneamente debutta con “Due”, prima, e tuttora unica, esperienza fuori dalla struttura del monologo.
Sempre monologhi sono le ultime produzioni teatrali: “Magoni” gennaio ’94 – musiche originali di Ivano Fossati e lunga tournèe con tre musicisti al seguito.
Dal 27 ottobre al 5 novembre ’95 è in scena con lo spettacolo “La daga nel loden” al Teatro Studio di Milano.
Gennaio ’96 “Stanca di guerra” testo scritto con la collaborazione di Alessandro Baricco con ripresa al Piccolo Teatro di Milano dal 9 gennaio al 2 Febbraio 1997.
Dal 4 al 29 marzo '98 debutta al Piccolo Teatro di Milano con il nuovo spettacolo “Un'altra storia” regia di Gabriele Vacis.
Giugno, luglio, agosto, settembre '98 su Rai Radio striscia quotidiana alle 7.00.
Nel dicembre '98 è uscita per Feltrinelli la raccolta di testi teatrali “Che faccia fare” comprendente gli ultimi tre spettacoli di Lella Costa.
Gennaio 1999 su Italia 1 protagonista di una puntata di “Comici” varietà condotto da Serena Dandini.
Marzo '99 Rai Radio 3, venti puntate di letture e commenti da “Il Paradiso degli Orchi” di Daniel Pennac.
Febbraio 2000 nuovo spettacolo “Precise parole” tratto da Otello con la regia di Gabriele Vacis e debutto nazionale al Piccolo Teatro di Milano.
Partecipa all'allestimento italiano dei “Monologhi della Vagina” di Eve Ensler a Milano al Salone Pierlombardo nell'ottobre 2001.
Giugno 2002 esce per Feltrinelli “In Tournèe” seconda raccolta dei testi teatrali che comprende anche il precedente “Precise Parole”.
Giugno 2002, nell’ambito del premio dedicato alla giornalista Ilaria Alpi, è voce narrante dello spettacolo “Occhi Scritti” scritto e diretto da Francesco Cavalli e Pasquale D’Alessio, rappresentato al Teatro Del Mare di Riccione.
Ottobre 2002 nuovo spettacolo “Traviata” con la regia di Gabriele Vacis e debutto nazionale all'Arena Del Sole di Bologna.
La tournèe di "Traviata" si conclude dopo oltre 250 repliche e lo spettacolo viene ripreso da RAI 2 per "Palcoscenico".
Febbraio 2004 partecipa alla rassegna “Nobel tra letteratura e teatro”, curata dal Teatro dell’Archivolto di Genova nell’ambito di “Genova ’04 - Capitale Europea della Cultura”, dando voce al testo di Gabriel Garcia Marquez “La incredibile e triste storia della Candida Eréndira e della sua nonna snaturata”, accompagnata dalle musiche degli Aquaragia Drom, messa in scena curata da Giorgio Gallione.
Dicembre 2004 con Arnoldo Foà è protagonista del recital “Le mille e una notte. Sherazade” con musiche di Paolo Damiani spettacolo rappresentato presso l’Auditorium di Parma. Allo spettacolo segue un Audio Cd edito da Full Color Sound.
Gennaio 2005 debutta a Genova con "Alice, una meraviglia di Paese" nato dalla collaborazione con Giorgio Gallione che ne cura anche la regia. Lo spettacolo con testo di Lella Costa, Giorgio Gallione, Massimo Cirri e Adriano Sofri, con le musiche originali di Stefano Bollani, costumi di Antonio Marras, scene di Paolo Bazzani e luci curate da Jean Claude Asquié, gira in tournée fino a dicembre 2006.
Da maggio 2006 collabora con una sua rubrica con la rivista ANNA.
Luglio 2006 esce in edicola per la collana audiolibri (Gruppo Espresso – La Repubblica) “Donne dagli Occhi Grandi”, di Angeles Mastretta, con voce recitante di Lella Costa e musiche originali di Stefano Bollani.
Settembre 2006 partecipa al programma tv di Natalino Balasso “Mitiko”; quattro puntate andate onda sul canale LA7, che vedono il comico affiancato da Lella Costa e Marco Travaglio.
Gennaio 2007 debutta a Mirandola con la nuova produzione "Amleto", di cui, come consuetudine, è anche autrice insieme a Massimo Cirri e Giorgio Gallione che, come lo spettacolo precedente, ne cura anche la regia. Attualmente è impegnata con la tournée di "Amleto".


AMLETO :

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TRAVIATA:

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PRECISE PAROLE:


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STANCA DI GUERRA :

<a href="http://www.irmaspettacoli.it/stancadiguerra.html" target="_blank">http://www.irmaspettacoli.it/stancadiguerra.html</a>















sele
QUOTE (sele @ Mar 27 2008, 10:17 AM) *
la bellissima MAYA DEREN Clicca per vedere l'allegato

http://www.youtube.com/watch?v=IQyxcwIxcTQ

MAYA DEREN

Regista e attrice

(Kiev, Ucraina, 29 Aprile 1917 - New York, USA, 13 Ottobre 1961)



Figlia di uno psichiatra, nel 1922 emigra negli Stati Uniti con la famiglia e frequenta l’Università di Syracuse di giornalismo e scienze politiche. Oltre a laurearsi in Arte all’Università di New York studia Lingua Inglese allo Smith College di Northampton. Conosce Katherine Dunham e il suo gruppo di danza. Si sposa in seconde nozze con il regista Alexander Hammid (Sasha, che in seguito le farà da operatore) e in coppia dirigono il corto “Meshes of the Afternoon” (“Reti del pomeriggio”, 1942), piccolo capolavoro che descrive con stile onirico il suicidio di una ragazza (interpretata da lei stessa).

Da questo momento i suoi film “da camera” lirici e surreali, nei quali la danza e l’espressione corporea hanno spesso molta importanza, diviene uno dei maggiori esponenti del cinema americano d’avanguardia.

Nel 1944 gira il primo corto da sola, “At Land” (“A terra”) e l’anno dopo “A Study in Coreography for Camera” (“Uno studio di coreografia per macchina da presa”). Nel primo troviamo tracce evidenti del surrealismo, da Cocteau a Buñuel, il secondo è la danza di un ballerino al rallentatore.

Nel 1946 è la volta di “Ritual in Transfigurated Time” (“Rituale in tempo trasfigurato”) dove il ballo è ancora protagonista, segue “An Anagram of Ideas on Art, Form and the Film” (“Un anagramma di idee sull’arte. Forma e Film”, 1946) e “Meditation of Violence” (“Meditazione sulla violenza”, 1948) nel quale riprende un pugile sul ring.

Ottiene una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim grazie alla quale si trasferisce ad Haiti una decina d’anni durante i quali studia i rituali voodoo e nel 1953 gira “The Divine Horseman: The Living Gods of Haiti” (1953), un altro lavoro sperimentale (la fotografia è al negativo) sulla danza intitolato “The Very Eye of the Night” (“L’enorme occhio della notte”, 1959) e un film che la morte, avvenuta nel 1961 per emorragia cerebrale, le impedirà di montare.

Attraverso le sue opere e i suoi studi, lascia al cinema indipendente americano, a detta di molti critici e registi underground, un grande insegnamento.

Nel 1961 esce postumo “Witch ‘s Cradle” (“La culla della strega”) e nel 1975 un film costruito con la pellicola inutilizzata del suo “A Study in Coreography for Camera”.



il capolavoro di maya deren http://www.youtube.com/watch?v=sbJKyLXoqXc

vi prego, guardate questo video.
sele
un super8 di derek jarman. una rarità. http://www.youtube.com/watch?v=Yy9ZdvIOQVk

Derek Jarman

Derek Jarman nasce a Northwood nel Middlesex il 31 gennaio 1942. Pittore, regista, scenografo, scrittore e giardiniere. Questo è Derek Jarman. "Regista della libertà", "sovversivo maestro dell'arte", "pittore della cinepresa", "poeta del cinema", "santo" e "martire". A diversi anni dalla sua morte l'interesse per la sua opera non accenna a diminuire. Da figura di culto Jarman è assurto nell'Olimpo degli Autori anglosassoni. Insieme a Terence Davies, Bill Douglas, e Chris Petit, Jarman è una delle poche voci del cinema indipendente alternativo ad emergere negli anni Settanta e Ottanta. Isolato, condannato a rimanere periferico e underground, costretto a recitare in vita la parte del regista maledetto, ("fuorilegge dello spettacolo" come lo battezza l'"Europeo"), Jarman viene riscattato dalla cronaca che fa di lui un personaggio politico, un attivista per i diritti degli omosessuali, un portavoce della lotta contro l'Aids e uno strenuo innovatore nel panorama stagnante delle arti. "È solo oggi verso la fine della mia carriera che vengo riconosciuto ed accettato - forse è troppo tardi - non è strano?" (Derek Jarman)- Jarman arriva al cinema attraverso la pittura e il lavoro di scenografo, prima teatrale e poi cinematografico, con Ken Russel. La reciproca contaminazione delle diverse pratiche artistiche perseguite da Jarman rende impossibile stabilirne una gerarchia. Nonostante le oggettive difficoltà sperimentate dal regista nel trovare i finanziamenti necessari alle sue produzioni, la pittura non diventa per lui né un ripiego né un rifugio. "Per me il cinema e la pittura partono dalla stessa esigenza di libertà di fronte ad uno spazio bianco da riempire". Il lavoro sull'immagine, l'innesto del video sulla pellicola, la mescolanza di stili ed epoche diverse nelle scenografie e l'incoerenza temporale del racconto filmico, dimostrano la duttilità di chi è capace di passare da un medium all'altro anche quando ne mantiene gli stessi contenuti. La gestazione laboriosa e prolungata dei suoi diversi progetti (sei anni per "Caravaggio") contraddice l'immagine di un Jarman regista improvvisatore. Basta leggere le sue sceneggiature per accorgersi del meticoloso processo di scrittura, e della limpidezza con la quale il regista formula il suo pensiero narrativo. Il senso di ogni singola scena è chiarificato dalla presenza di un titolo corrispondente mentre i disegni, che arricchiscono così spesso le copie personali delle sue sceneggiature, valgono come precise notazioni visive. Soltanto con "Angelic Conversation", "The last of England" e "The Garden" si può parlare, anche se solo relativamente, di improvvisazione. "Ho dato il minimo di direttive possibili. La maggior parte delle scene si sono dirette da sé". Se è pur vero che nel caso di questi film non esiste una sceneggiatura vera e propria, la mole di appunti e il cumulo di materiale-base indicano la direzione del film e rivelano il disegno del prodotto finale, se non nella sua forma almeno nei suoi significati. Sebbene le sceneggiature abbiano un carattere proteiforme non per questo sono rigidamente strutturate. L'impalcatura narrativa si regge spesso su spunti diversi mutuati dalle arti o dalla religione e dell'alchimia (una poesia anglosassone e i vangeli in "The Garden"; la partitura del "War Requiem" di Britten e un quadro preraffaellita in "The Last of England"). Questi diventano, in alcuni casi, semplici alibi, che giustificano l'introduzione di tematiche apparentemente aliene in un contesto con il quale non dovrebbero avere alcun rapporto (l'alchimia nella Londra punk di "Jubilee"). Le innovazioni linguistiche di Jarman riposano sull'eterogeneità degli ingrdienti. Il rifiuto dei generi, delle convenzioni narrative e soprattutto della tradizione del cinema inglese - ossidatosi su sterili adattamenti dei classici della letteratura, da Jane Austen a Dickens, o prostituitosi alla logica del mercato ( i film di Joff, di Hudson e della scuderia di David Puttnam) - porta Jarman a rifondare la nozione di autore quale garante del discorso. La sua autorialità non è però la dispotica manifestazione di uno sterile ed opprimente egocentrismo, bensì l'onesta articolazione di un discorso che per essere convalidato deve essere fatto in prima persona. Alla luce delle misure discriminatorie del governo conservatore inglese (la famigerata clausola 28), l'omosessualità del regista e la sua sieropositività danno legittimità e pregnanza alle sue interpretazioni personalizzate di eventi e personaggi (come Edoardo II) assunti a partigiani della causa. Nelle opere di Jarman la narrazione è spesso "presa in ostaggio" da vicende personali (il suo coinvolgimento con gli interpreti del caso di "The Angelic Conversation") o da accadimenti estemporanei (l'irruzione del gruppo attivista OutRage! Sul set di "Edoardo II") concertati in modo che la loro collusione con il soggetto di fondo produca nuove sfumature di senso. Tra le diverse tematiche si individuano: il processo creativo e il ruolo dell'artista come catalizzatore di impulsi "proibiti", il disagio sociale di una nazione imperniata sull'individualismo, la messa in discussione di tutti i valori morali dati come assoluti, il perverso potere dei mass media, la rilettura delle mitologie storiche, e la distruzione del paesaggio. Tra questi emerge l'omosessualità che non è mai una semplice costante, quanto piuttosto un'invariante profonda e costitutiva della trama narrativa. Stranamente nei super 8 questo elemento è solo poco più che una componente secondaria, mantenuta a livello di sottotesto e appena ravvisabile in certi accenti iconografici. L'articolazione del "pensiero omosessuale" di Jarman avviene nei lungometraggi attraverso figure e personaggi storici ("Sebastiane", "Caravaggio", "Edoardo II"), sequenze allegoriche ed argomentazioni politiche dirette o satiriche ("Sod'em' Pansy"). Agli inizi degli anni Ottanta Jarman riunisce attorno a sé un gruppo di giovani di talento, John Maybury, Cerith Wyn Evans e Richard Heslop, rappresentanti di una nuova generazione di studenti d'arte, che interpretano il cinema amatoriale come una forma di guerriglia. Lo stile onorico-contemplativo di Jarman si indirizza verso un'inedita aggressività volta a scavare la realtà urbana della capitale. In "The queen is dead" (1986) le riprese frenetiche e il vorticoso montaggio di Heslop, Maybury e Wyn-Evans illustrano la rabbia giovanile e l'opposizione al clima pesantemente reazionario diffuso nel paese. Fatta eccezione per Laurence Olivier ("War Requiem") Jarman non lavora mai con nomi di spicco, preferendo dirigere un cast di attori alle prime armi o amici. E' proprio la presenza di amici e collaboratori a dare una certa continuità all'opera del regista. Poco prima di morire, e ormai inchiodato al letto di un ospedale, Jarman completa "Glitterburg", l'ideale corollario di "Blue", il suo testamento spirituale.

Filmografia

Glitterburg 1994
Blue 1993
Wittgenstein 1993
Edward II ...alias Edoardo II 1991
The garden 1990
War requiem 1988
Aria (segment "Louise") 1987
The last of England 1987
Caravaggio 1986
The Angelic conversation 1985
Imagining october 1984
Pirate tape 1983
Sloane square: a room of one's own 1981
T.G.: Psychic rally in heaven 1981
In the shadow of the sun 1980
The Tempest 1979
Jubilee 1977
Sebastiane 1976
sele
"chi era Carmelo Bene? Il più grande attore del novecento, un genio assoluto, uno studioso, un ricercatore, un grande ingannatore, un istrione, un esibizionista, un trasgressivo, un pazzo ? Forse un po’ di tutto questo e dunque sicuramente un uomo non comune, dalla dirompente personalità. Vittorio Gassman lo definiva: ‘un enorme bugiardo, con un fondo di totale sincerità’, dandogli atto dell'aver percorso nel teatro e nel cinema una strada tutta sua."

http://www.youtube.com/watch?v=O2dsyBF_hOg...feature=related
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ALESSANDRO BERGONZONI


http://www.alessandrobergonzoni.it/minisito/home_page.htm


http://www.zam.it/3.php?id_autore=644 ( nn per comprarli, ma per vedere i titoli tongue.gif )
sele
chris marker - sans soleil http://www.youtube.com/watch?v=rKOJUgTqFtY

Chris Marker è lo pseudonimo di Christian-François Bouche Villeneuve, montatore, cineasta, fotografo, poeta, romanziere, giornalista, viaggiatore, creatore di materiali multimediali, personaggio solitario ed enigmatico che non si lascia etichettare, così com’è difficile etichettare le sue opere. Non fa eccezione Sans Soleil, l’opera del 1983 in cui viene esplicitata perfettamente l’abitudine del suo autore di non rispettare confini di genere: in essa si mescolano narrazione, poesia, lettera personale e storia.

Il film è un diario in immagini, un racconto di viaggio costruito come una serie di lettere visive spedite da un fotografo-cameraman ad una donna che le legge narrandone pensieri ed impressioni. Così la sua voce rivela le meditazioni dell’amico sul tempo e la memoria, e le sensazioni sui luoghi che visita: il Giappone, l’Africa, l’Islanda e San Francisco. Le immagini slittano davanti allo sguardo dello spettatore che ha la sensazione di viaggiare con il protagonista, di guardare fuori dal finestrino mentre il paesaggio scorre: è come se il regista lo invitasse “dentro” il film. Buona parte della pellicola è dedicata alle sequenze/memorie della città di Tokyo con i suoi strani musei, i festival di strada e il coesistere di riti collettivi della modernità e del persistere delle tradizioni.

La presentazione di opposte realtà binarie è il filo conduttore dell’opera in cui si susseguono immagini di morte e vita, felicità e dolore, uomini e donne, civiltà e inciviltà. Attraverso esse, Marker esplora le differenze e le similarità tra l’Africa e il Giappone, luoghi lontani ed eterogenei presentati insieme come in un collage in cui i frammenti sono intersecati in modo particolare, senza ordine cronologico, per produrre confronti ed analogie.

Il regista francese usa il cinema senza seguire le direttive della narrativa cinematografica tradizionale: non ci sono dialoghi né scene che costruiscono il succedersi di azioni all’interno dei confini di una storia da raccontare. Ci sono delle immagini di persone e luoghi, e una voce fuori campo che le introduce, commenta e racconta, ma Sans Soleil non è un documentario, è piuttosto un saggio personale del suo creatore. Egli ci rivela il suo “pensiero in immagini” attraverso uno stile frammentario e personale, in cui combina la storia privata di viaggiatore, la coscienza politica e l’amore per le persone e le cose con la vocazione di registrare immagini e ricordi, fissare istanti per sottrarli all’incertezza della memoria. Per far ciò si serve del montaggio, di cui fa uso brillante per saltare da un continente, da una scena e da un pensiero all’altro creando permanenti discontinuità spaziali e temporali. Una certa continuità, seppur mai lineare, è resa solo attraverso i vari ritorni di pensiero e immagini, di frammenti di scene che riappaiono nel corso del film.

L’opera è inoltre un “metadiscorso” sulla registrazione delle immagini e sul cinema stesso: il cameraman si interroga, nelle sue lettere, sul senso della rappresentazione del mondo di cui egli stesso è strumento e sul ruolo della memoria che contribuisce a costituire. Un suo compagno giapponese risponde aggredendo le immagini della memoria, scomponendole al sintetizzatore, creando quella che nel film è chiamata “zone”, una sorta di isola introspettiva in cui le immagini già mostrate appaiono come prodotti della mente in un atto di emancipazione rispetto alla funzione dell’occhio. Un cineasta si impadronisce di questa situazione e ne fa un film. Un film poetico e denso come pochi.
sele
L'uomo con la macchina da presa

Titolo originale: Человек с киноаппаратом (Chelovek s kino-apparatom)
Paese: URSS
Anno: 1929
Durata: 67'
Colore: B/N
Audio: muto
Genere: documentario
Regia: Dziga Vertov

L'uomo con la macchina da presa (Человек с киноаппаратом, Chelovek s kino-apparatom) è un film del 1929, diretto dal regista sovietico Dziga Vertov.

Il film è forse il compimento massimo (e finale) del movimento kinoglaz (cineocchio), nato negli anni '20 per iniziativa di Vertov e propugnatore della superiorità del documentario sul cinema di finzione che, in sostanza, deve essere bandito perché inadatto a formare una società comunista.

Vertov raccoglie l'esperienza di anni di documentari propagandistici, le sue radici futuriste, le sue teorie secondo le quali il cinema deve essere uno strumento a servizio del popolo e della sua formazione comunista, e sublima il tutto in un'opera tecnicamente all'avanguardia e che ancora oggi colpisce per originalità e vivacità.

La giornata, dall'alba al tramonto, di un cineoperatore che riprende per lo più scene di vita quotidiana per le strade di Odessa, e che ci mostra anche la sua arditezza alla ricerca di inquadrature a sensazione, sopra, sotto o a fianco di treni in corsa. Il film si apre con il totale di una sala cinematografica che da vuota si riempie in un attimo. La stessa sala si rivedrà in chiusura del film dopo una sequenza nella quale la macchina da presa ha cominciato a muoversi da sola sul treppiedi, senza operatore, e prima di vedere la facciata del Teatro Bolshoi frantumarsi grazie ad un effetto ottico.
Enkidu
http://it.youtube.com/watch?v=f_8i44co7as

http://it.youtube.com/watch?v=9SnArDJBEYA&...feature=related



scusate io adoro alice nel paese delle meraviglie
sele
theo angelopoulos - l'eternità è un giorno http://www.youtube.com/watch?v=B110rAXet6U...feature=related ( da non perdere)

Repubblica (08/11/98)
Irene Bignardi
C'è un momento, in L'eternità e un giorno, di quelli che si stampano indelebilmente nella memoria. E' l'immagine della frontiera tra la Grecia e l'Albania, un'altissima barriera di rete metallica su cui stanno arrampicate delle figure imbacuccate, che si stagliano come anime dannate contro il grigio nebbioso e nevoso del paesaggio con la forza di una visione dantesca . Basterebbe questa immagine - e l'emozione che produce - a dire perché valga la pena di vedere L'eternità e un giorno, il film di Theo Angelopoulos premiato quest'anno con la Palma d'oro a Cannes: perché c'è in Angelopoulos una nobiltà di immagini, una grandezza di invenzioni, una intensità di pathos che lo rende unico e speciale. Questo non toglie che la Palma di Cannes sia andata a premiare il suo film più formale e più artificioso degli ultimi tempi, la sua maniera più che la sua ispirazione: insomma un riconoscimento dovuto a un maestro del cinema, che arriva però per una delle sue opere meno autentiche. Raffinato e formalmente elegantissimo, L'eternità e un giorno è comunque un film più delicato ed intimo di "Lo sguardo di Ulisse", più vicino per molti aspetti al cinema personale di "L'apicultore" e di "Paesaggio nella nebbia" che ai suoi ultimi film "politici" - anche se lo lega a questi una serie di temi: tra cui proprio quello del confine, che qui si intreccia alla metafora della linea d'ombra, del limite lievissimo tra la vita e la morte, tra la fragilità della vecchiaia e quella dell'infanzia, tra il presente e il ricordo. E di un viaggio nella memoria si tratta. Alessandro - Bruno Ganz, affondato in un gran barbone e in un bell'impermeabile grigio come tutto il film, - grande scrittore e poeta, malato, si prepara a ricoverarsi in ospedale il giorno dopo e comincia la sua malinconica domenica invernale in una livida Salonicco con il ritrovamento di una lettera di sua moglie Anna, morta da molti anni, che rievoca un'estate di trent'anni prima - quella del 1966, in cui tutti, nelle immagini improvvisamente più luminose di una giornata al mare, sono belli, giovani e felici, ma soprattutto la Grecia non ha ancora conosciuto il colpo di stato dei colonnelli che indurrà in Alessandro un lungo silenzio creativo. In una sequenza di addii - con la vecchia domestica, con una figlia distratta e indifferente, con il cane - si inserisce come un ultimo impulso vitale l'incontro con un piccolo clandestino albanese, che lava i parabrezza ai semafori. (...) Ma se la bellissima fotografia di Arvanitis riveste gli stati d'animo e le atmosfere del film di luci livide o di splendori accecanti, e l'eleganza della visione di Angelopoulos dà nobiltà a ogni immagine, il ritratto dello scrittore che il regista ha composto con il suo collaboratore di sempre, Tonino Guerra, risulta costruito e intellettualistico, così come una serie di allegorie e di situazioni - chi sono quei tre in tuta cerata gialla che pedalano sul lungomare di Salonicco? - sono francamente artificiose. E più che di poesia L'eternità e un giorno ci parla di maniera.
L'Unità (06/11/98)
Michele Anselmi
Doveva essere Marcello Mastroianni il protagonista di L'eternità e mi giorno. Poi il destino ha deciso altrimenti. Ma qualcosa è rimasto nell'interpretazione morbida e dolente, magari un po' troppo meditabonda, che del personaggio dà l'attore tedesco Bruno Ganz. Trionfatore a Cannes '98, il film non è il migliore di Theo Anghelopoulos, e però custodisce, anche nei suoi difetti, un'idea di cinema personale, testardamente condotta sul filo di un manierismo allegorico che non teme le sfide. «Tutto porta a credere che entro la fine dell'inverno...», recita la stanca voce fuori campo. Colpito da un tumore, lo scrittore Alexandros sente avvicinarsi la morte. E così, alla vigilia del ricovero in ospedale, fa i bagagli, saluta la figlia che ha già venduto la villa al mare e sale in macchina custodendo in tasca una lettera della moglie morta. Sullo schermo si materializza una solare giornata di trent'anni prima, con la fulgida Anna che riceve gli ospiti sulla spiaggia; ma oggi, in questa Salonicco piovosa e fredda, che cosa resta di quel momento felice che l'uomo non seppe cogliere? Come spesso nel cinema di Anghelopoulos, il viaggio è un percorso emotivo, metaforico, dove il principio di realtà si sbriciola in una dimensione tutta mentale. Fantasmi del passato e orrori attuali si confrontano secondo un procedimento complesso che sollecita un approccio severo da parte dello spettatore. Qui è l'incontro con un piccolo lavavetri albanese strappato a un losco traffico di minori a cambiare l'ultima giornata dello scrittore. Alla guida dell'auto, Alexandros si inerpica sui monti per restituire il bambino al suo paese, ma lassù li accoglie una frontiera che sembra un lager: lugubri corpi appesi ai reticolati, paralizzati nell'atto di evadere, un truce vessillo comunista nella nebbia. Non resta che tornare indietro, verso il mare, e le calde immagini del passato si sovrappongono ancora una volta alle ombre del presente: su un autobus i due incontrano un giovane che s'addormenta impugnando una bandiera rossa, un trio musicale e una coppia che si lascia; e intanto per strada passano tre incappucciati in bicicletta, mentre un poeta ottocentesco in cilindro e mantella interpretato da uno spaesato Fabrizio Bentivoglio (Foscolo o Solomos?), famoso per avere «comprato» ad una ad una le parole sconosciute, ci ricorda quanto sia faticoso l'acquisizione di una lingua. Imbarcato il piccolo albanese su una nave, lo scrittore «rivede» la vecchia madre morta in ospedale e decide di non ricoverarsi: meglio consumare gli ultimi momenti di vita (o è già morto a quel semaforo rosso?) riconciliandosi con l'amatissima moglie in un simbolico ballo sulla spiaggia. Quanto dura il tempo? Appunto, L'eternità e un giorno. Più che nel precedente Lo sguardo di Ulisse, il cineasta greco procede a colpi di metafore - non tutte illuminanti, in verità. Lì era lo sfascio dei Balcani a ispessire il viaggio, qui la vicenda assume coloriture esistenziali, addirittura - si direbbe - autobiografiche. purtroppo, come si notava dal festival di Cannes, un sospetto di artificioso grava sul film, a tratti toccante e stilisticamente notevole, rispecchiandosi sulla tenuta generale dell'opera, specialmente laddove la rischiosa dimensione onirica sfiora il poetizzante.
Il Sole 24 Ore (15/11/98)
Roberto Escobar
Un'eternità e un giorno: tanto va avanti, per qualche recensore di spirito, il peregrinare del poeta lungo i sentieri della memoria. La battuta allude alla durata soggettiva - alla fatica dello spettatore -, più che a quella oggettiva di L'eternità e un giorno (Mia eoniotita ke mia mera, Grecia, Italia, Francia, 1998). In effetti, seduti in platea, la nostra attenzione non è sempre spontanea: tra un esercizio e l'altro di maestria poetica, troppo poetica, l'orecchio divaga, imitato anche dall'occhio... Davvero si può liquidare così il film che Theo Anghelopulos ha scritto con Tonino Guerra, Petros Markaris e Giorgio Silvagni? E' proprio solo una variante mediterranea della sindrome letale detta «di Wim Wenders» o «dell'interminabilità d'autore»? Oppure conviene inchinarsi per abitudine al maestro, decantarne la "maniera" come se fosse ispirazione, e passare ad altro? Qualche cosa induce a sospendere il giudizio, ad accettare almeno un po' la nostra fatica di spettatori. E non si tratta solo di quello che il regista greco ci ha dato, in termini d'emozione, ancora pochi anni fa con Lo sguardo di Ulisse (1995). C'è, nella stoffa di Alèxandros, comunque un'impronta della grandezza che abbiamo imparato ad amare al tempo di La recita (1975). Nel prologo pieno di sole d'un film che, per il resto, sarà per lo più senza luce e freddo, sembra che Anghelopulos voglia narrare un mito. Che cos'è il tempo? Così si rivolge Alèxandros bambino alla madre. I due parlano fuori campo, sull'immagine d'una vecchia casa costruita proprio accanto alla spiaggia. La risposta della donna inizia così: «Il nonno dice che...». Questa, appunto, è la chiave del mito che un grande della Grecia antica ci ha tramandato: «Non è mio il discorso, ma di mia madre...». Quello che segue nella risposta è anch'esso, appunto, antico: «..,il tempo è un fanciullo che gioca alle cinque pietruzze in riva al mare». L'immagine è famosa, anche troppo, e tuttavia Anghelopulos ne regge la grandezza con inquadrature splendidamente semplici. Entrata in casa, la macchina da presa si muove con leggerezza, tornando poi a uscire per seguire il bambino fin dentro l'azzurro caldo e quieto del mare. Infine, allontanandosene di nuovo, scopre Alèxandros vecchio, seduto nel suo appartamento in città. Veniamo a sapere, ora, che la sua vita s'avvia al termine. L'indomani qualcosa - il ricovero in un ospedale - chiuderà il cerchio aperto con quella tale domanda. Immaginiamo che di questo ci stia per narrare Anghelopulos: di questa "chiusura" in cui, come nel gioco d'un fanciullo eterno, principio e fine si confondono. Ci conferma in quest'aspettativa anche la colonna sonora che ripete una frase musicale breve e anch'essa circolare, quasi la descrizione d'un desiderio, anzi d'una bramosia che sempre tenta d'aprirsi e sempre torna su se stessa. Insomma, immaginiamo e speriamo che L'eternità e un giorno sia girato tutto dentro la coscienza del tempo di Alèxandros: dentro la sua memoria e la sua nostalgia, un po' come accadeva nella parte prevalente e migliore di Lo sguardo di Ulisse. E invece Anghelopulos non riesce a vincere la tentazione d'accumulare temi, situazioni, suggestioni. Insopportabile e quasi ridicola è la figura del Poeta che compera le parole. Quanto ad Alèxandros - un Bruno Ganz bravo ma come imprigionato dentro la sua mise da scrittore, insieme trasandata e firmata -, diventa troppo emblematico d'una supposta tipologia d'intellettuale "dell'esilio". Si vive tra dolore e speranza, gli sentiamo dire: il guaio è proprio che glielo sentiamo dire. Quanto meglio sarebbe stato se la sceneggiatura avesse saputo evitare la tentazione della bella frase, densa di senso, poetica. In genere, questo è il difetto maggiore del film: un eccesso di sceneggiatura a scopo poetico, appunto. Basti un esempio: perché, dopo aver accostato ad Alèxandros il piccolo Achilleas Skevis (bravo e ottimamente diretto), Anghelopoulos non guarda con più semplicità, e con maggior profondità, dentro il loro rapporto di somiglianza paradossale? Come il bambino, anche il vecchio è diviso tra la nostalgia delle radici e la necessità dell'altrove: solo che quello è all'inizio del cerchio, mentre questo è alla fine. Capita invece che si sia costretti a seguire l'uno e l'altro lungo una serie fitta di "situazioni tipiche", da un inverosimile mercato di ragazzini fino alla morte d'un compagno di Achilleas, tragica in sé, ma inutile nel racconto. E così siamo all'interminabilità di L'eternità e un giorno, alla fatica che, almeno per una sua parte, ci costa prestargli attenzione. Ne vale la pena? Certo. A patto di conservare memoria delle immagini iniziali, della domanda quieta e azzurra del piccolo Alèxandros, curando di non smarrirne l'emozione tra un esercizio e l'altro di maestria poetica, troppo poetica.
Giornale (08/11/98)
Maurizio Cabona
Nessuno fa film di destra, salvo i registi di sinistra in crisi ideologica, come il Theo Angeopulos di L'eternità e un giorno, film autocritico e giusto vincitore dell'ultimo Festiva di Cannes. Un noto poeta (Bruno Ganz) di Salonicco è malato incurabile, ma non vuole dirlo alla figlia (Iris Chatziantoniou) borghese, molto borghese. Incontra un bambino (Achileas Skevis), greco di cittadinanza albanese, immigrato clandestinamente, e lo riscatta dai suoi aguzzini per riportarlo ai parenti, oltre la frontiera schipetara. Giunto ai reticolati dell'Epiro, ai quali altri bambini disperati si aggrappano, il poeta capisce c e non è il caso e aiuta il piccolo a partire invece per l'Italia. Finalmente ha fatto qualcosa di utile, vivendo un giorno come fosse l'ultimo. In effetti lo è per lui, che da tempo era ossessionato dal ricordo della moglie (Isabelle Renauld), defunta e delusa («Sei vissuto accanto a me, non con me») e della madre (Despina Bebedeli), vedova e triste («Quanto tuo padre è morto, tu non c'eri » ). L'eternità e il giorno è un tradizionale film di Angelopulos, lento, solenne, abbondante e ridondante di metafore e allegorie, o troppo chiare o troppo oscure. Ma, vivaddio, Angelopulos è un autore, ha qualcosa da dire sulla malinconia della maturità che attanaglia un uomo vissuto per se stesso, ma volendo credere i vivere per il popolo. Invece il suo popolo ignora, perché lui è stato attento soprattutto a piacere agli stranieri. Greco in tutto tranne che nel passaporto, esule in patria, il bambino del film è l'opposto del poeta, greco solo nel passaporto. La sua unica poesia autentica, perché incarnata, perché non scritta, l'attimo d'eternità conquistato all'ultimo giorno, sarà per quel bambino, per quel domani della Grecia che va a rifugiarsi nella Magna Grecia di ieri. Angelopulos scopre un lirico nazionalismo e affida l'amaro autoritratto di chi si cerca, quando non è quasi più in tempo per trovarsi, a un Ganz magnifico perfino quando cammina nella Salonicco invernale, di un uomo senza futuro invaso dal passato (l'infanzia dell'estate 1939, felice anche sotto la dittatura di Metaxas; l'Albania-Gulag). Quanto al comunismo, sogno finito, è stanco come il manifestante che si addormenta sull'autobus semivuoto, aggrappato alla sua bandiera rossa.
Stampa (06/11/98)
Lietta Tornabuoni
Quanti dubbi ne "L'eternità e un giorno" di Theo Anghelopoulos, vincitore della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes: quel ragazzo con la bandiera rossa addormentato nell'autobus notturno sarà un simbolo o un effetto cromatico? Quei tre ciclisti che pedalano illuminando la piovosa oscurità con i loro impermeabili gialli saranno una metafora o una macchia di colore? Quel corteo o quel ballo di nozze per le vie della città saranno segnali della continuità della vita oppure una belluria? Senza dubbi è la assoluta bellezza del mare inquieto, della pioggia, di quel cielo azzurro spietato, d'un edificio in costruzione che serve da rifugio agli immigrati clandestini, di quella frontiera nevosa tra Grecia e Albania dove sagome d'uomini s'aggrappano alla rete di recinzione come uccelli migratori in riposo. Al suo undicesimo film, Anghelopoulos offre qualche insopportabile poeticismo di troppo e una nuova prova di straordinaria maestria cinematografica, di perfetta bravura immaginifica. Uno scrittore famoso (Bruno Ganz) si prepara a entrare nell'ospedale da dove, lo sa, non uscirà vivo. Nelle ultime ore, l'incontro con un bambino albanese che lava i vetri delle automobili ai semafori di Salonicco lo salva dall'aridità della solitudine. L'uomo e il bambino esclusi, l'uno dall'imminenza della morte, l'altro dalla clandestinità dell'immigrazione, girano insieme sotto la pioggia per il Paese e per la città notturna. All'alba si separano. Il viaggio dello scrittore verso la morte è fitto d'estremi saluti: una visita in clinica alla madre smemorata, una visita in casa alla figlia distratta; il dialogo con la moglie scomparsa ("Cos'è domani, Anna?", "L'eternità e un giorno"); il racconto fatto al bambino d'un poeta greco abitante in Italia (Fabrizio Bentivoglio) che torna nel suo Paese in lotta contro il giogo ottomano ma non ne conosce più la lingua e gira per i quartieri popolari annotando parole, compra parole a lui ignote e così scrive il suo inno alla libertà. Lo scrittore alla fine non entrerà in ospedale, gli interrogativi seguiteranno ad assediarlo: "Perché nulla è andato come ci aspettavamo? Perché ho vissuto la mia vita in esilio?".
Corriere della Sera (07/11/98)
Tullio Kezich
Aveva ragione il povero Theo Angelopoulos a mettere su il muso al momento della Palma d'Oro per «L'eternità un giorno» a Cannes. E non tanto perché l'effervescente Benigni di «La vita è bella» gli aveva strappato il trionfo della serata, quanto perché da quel momento una certa parte della critica ha stabilito che il regista greco è diventato un accademico. Per fortuna c'è ancora chi affronta seriamente la valutazione dell'opera di un maestro, vedi il bel dossier sull'ultimo numero di «Positif», ma per i più Angelopoulos va ormai considerato uno che si può snobbare. Motivo ulteriore per andare ad applaudire il suo ultimo film, che narra l'odissea dello scrittore Alexander (doveva essere Mastroianni, lo rimpiazza uno splendido Bruno Ganz) pedinato nella lunga domenica che precede un ricovero ospedaliero fra asprezze reali e memorie lontane. Di recente Bergman ha confessato di preferire al primo Angelopoulos dei geometrici piani-sequenza, proprio quello nato dall'incontro con il nostro Marcello che lo indusse ad avvicinarsi agli attori. Nel rapporto che si instaura fra Alexander e un piccolo lavavetri albanese, da lui strappato alle grinfie dei ladri di bambini, stavolta Theo si concede uno spunto alla Victor Hugo; ma il sentimento del vedovo protagonista lo riporta ai frammenti di vita accanto alla moglie Anna (Isabelle Renauld), che rimpiange di aver trascurato nello sforzo di completare un poema incompiuto del XIX secolo. Nel cerchio magico dell'evocazione appare in costume il Poeta italiano (Fabrizio Bentivoglio), intento a «comperare» le parole greche per il suo carme libertario; e man mano che la vicenda procede si moltiplicano le apparizioni tra realtà e fantasia: i soldati immersi nelle nebbie, una giovane coppia di sposi che balla per la strada, una gita in comitiva a un'isola nuda che comporta un fremito alla Antonioni, un autobus dove sale un giovane con la bandiera rossa ... si potrà osservare che i due filoni, quello del bambino e della moglie scomparsa, si fanno un po' ombra a vicenda; e che il patetico e il surreale ogni tanto legano poco. Sicché il film ondeggia fra la commozione autentica e un manierismo grandioso: ma si può pretendere di insegnare ad Angelopoulos di essere più Angelopoulos di così?
Il Giorno (07/11/98)
Silvio Danese
Chi non ama i film di Anghelopulos, cioè l'immagine lenta e simmetrica che forgia il tempo e lo spazio di un racconto, resti a casa. Come in Antonioni, qui il cinema dipinge, ascolta, suona. E' completamente audiovisivo.E non c'è una «grande» storia, a meno di non considerare «unica» la storia di un uomo che ritrova l'amore per la vita andando incontro alla morte. L'eternità del titolo ricorda la condizione immutabile di esistere. Il giorno in più é quello che chiediamo tutti per continuare. Palma d'oro a Cannes. Da vedere.
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ADDIO TERRAFERMA http://www.youtube.com/watch?v=Es8z_jCI8vU
di Otar Iosseliani
Anno:1999
Nazione: Francia, Georgia
durata: 117 minuti

Nicolas tutti i giorni lascia la sua ricchissima famiglia per andare a Parigi a fare il lavapiatti e stare con i poveracci, gli avvinazzati e i barboni.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul concetto di cinema libero, non dovrebbe lasciarsi sfuggire questo capolavoro di sfrontata anarchia diretto da uno che ha visto ben sessantacinque primavere: il georgiano, matematico e musicista Otar Ioselliani, attivo da almeno tre decenni, autore di capolavori che si chiamano "C'era una volta un merlo canterino" ('70), "Pastorale" ('76), "Caccia alle farfalle" ('92), "Briganti" ('96) e soprattutto "I favoriti della luna" ('84), a cui "Addio terraferma" è indissolubilmente legato, per la struttura, l'ambientazione parigina, il vento selvaggio, il clima indipendente che lo pervadono. Una pellicola che francamente se ne infischia dei ritmi contemporanei, che procede col suo passo e in cui si narra di Nicolas, primogenito ventenne di una ricca famiglia governata da una terribile donna d'affari che, invece di coltivare il suo privilegiato futuro, passa le giornate a Parigi, lavorando sodo nei mestieri più umili; mentre nella grande villa dei genitori, tumulti interclassisti minano le certezze della mamma-mostro, del papà ubriacone, dei convitati alle algide feste di rappresentanza. "Addio terraferma" (libera traduzione dell'originale "Adieu plancher des vaches" che è il saluto gergale dei marinai quando prendono il largo) è una specie di "Grande abbuffata" ferreriana senza l'ossessione del cibo e l'alone nichilista che avvolgeva l'opera del regista italiano. ma potrebbe benissimo essere considerato una continuazione del "Fascino discreto della borghesia" di Bunuel: è - come detto - una famiglia benestante paradigmatica a venire scardinata sotto i colpi di un umorismo nero e distaccato, accompagnato da immagini nitide e lucidissime, da un ritmo frammentato, da uno stile laconico che regala un'opera quasi muta, che non ha molto bisogno delle parole. Iosseliani, oltre che dirigerlo, lo monta e lo interpreta (è il padre alcolizzato che ama giocare con i trenini giusto per far capire che di straordinaria opera autoriale si tratta: autoriale senza essere saccente.
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NAKED di Mike Leigh, G.B. , 1993 <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0WcIyjB7xfI...feature=related" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=0WcIyjB7xfI...feature=related</a>

Naked, film ingarbugliato e nero, opera quarta dell’inglese Mike Leigh che con essa si aggiudica il premio miglior regia a Cannes nel ’93,oltre che quello per il miglior attore . Arrabbiato e senza limiti, il film cattura la fuga di Johnny, giovane inglese pieno di inquietudini e interrogativi, come tutti direte voi, eppure con una dose in più di fastidio e disillusione. Lui vuole vivere, vuole vedere, vuole sconvolgersi, vuole trasgredire, vuole amare, abbandonarsi, vuole urlare, spiare e nascondersi. Nascondersi da se stesso, dalla confusione della vita londinese, apogeo della vita moderna, e proprio per questo luogo di non ritorno dalla cieca dissoluzione umana. Johnny non sa cosa vuole, non sa cosa cercare, e neanche da chi in verità scappare, ma si accontenta di cogliere ciò che la vita gli porge su un piatto d’argento: incontri, vite, persone. Tanti i personaggi con cui la sua giovane esistenza si scontra, tante le storie, a volte oscure, a volte squallide e dannate, altre tenere e fascinose, tutte però piene, piene di umanità.
Cymorill
QUOTE (neva @ Mar 23 2008, 09:57 AM) *

visto appena uscito.
io margherita buy nn la perdo. e se posso me la godo al cinema.
la adoro.
mi piace molto anche sergio rubini , soprattutto nel suo miglior film DENTI --> http://www.youtube.com/watch?v=ATW6sDVbiMM , ma questo ultimo film suo nn mi ispira nulla. ummm
sele
IL TEATRO DELL'ASSURDO

Con Eugène Ionesco, Samuel Beckett, Arthur Adamov (per una parte almeno della sua opera) e più direttamente con Jean Génet ed altri, il Teatro dell'Assurdo celebra un tragico gioco con le macerie di una civiltà e di una cultura (si vedano, ad esempio, La cantatrice calva di Ionesco e Giorni felici di Beckett), rivelando un bisogno di libertà assoluta, astorica, in polemica con le ideologie considerate condizionatrici e deformatrici dell'io umano; Beckett con forme puritano-ascetiche, Ionesco con modi istrioneschi, esprimono in riti apparentemente bizzarri la disperazione dell'uomo di fronte al vicolo cieco della propria esistenza. Un teatro in cui il solipsismo è terrore di fronte agli orrori della società (ricordo della guerra e del nazismo) e al medesimo tempo spia di una insostenibile fuga dalla realtà. La carica poetica del Teatro dell'Assurdo è data quasi sempre dal disperato bisogno di vivere che per antitesi rivela.

da http://www.siddhartateatro.it/assurdo.htm
neva
http://www.ilyalongtempsquejetaime-lefilm.com/

(scheda italiana) http://cinematografo.it/Cinemedia/00009018.html

un film e un'interpretazione stupenda, davvero
sele
QUOTE (neva @ Apr 11 2008, 07:22 AM) *
http://www.ilyalongtempsquejetaime-lefilm.com/

(scheda italiana) http://cinematografo.it/Cinemedia/00009018.html

un film e un'interpartazione stupenda, davvero



bellissimo... grazie cara nevA. ah, come va... da te.



vi faccio conoscere, un grande regista tedesco poco conosciuto in italia.


Volker Schlöndorff

E' con Edgar Reitz e Alexander Kluge uno dei maestri della cinematografia del dopoguerra; apripista per i vari Rainer Werner Fassbidder, Werner Herzog e il conosciutissimo Wim Wenders.

Ha studiato Scienze Politiche a Parigi e ha cominciato a lavorare, a partire dal 1959, con i registi della Nuovelle Vague, in particolare Louis Malle, Alain Resnais e Jean Pierre Melville

Nel 1965 debutta nella regia con l'adattamento per lo schermo del romanzo di Robert Musil "Il giovane Törless", col quale vince il Premio della Critica Internazionale a Cannes.

Seguono alcuni film di scarso successo.

Fra il '74 e l'80 cura anche la regia di opere liriche.

Ha diretto la versione cinematografica del libro di Heinrich Böll "Il caso Katharina Blum" (1975), interpretato da Angela Winkler e Mario Adorf; un espisodio del film "Germania in autunno"(1976) con, tra gli altri, Stefan Aust e Alexander Kluge; "Colpo di grazia" (1976) "L'inganno", (1981), "Un amore di Swann"(1983), dalla Ricerca di Proust, con Jeremy Irons, Ornella Muti e Alain Delon; "Morte di un Commesso Viaggiatore" (dal romanzo di Miller)con Dustin Hoffman, Kate Reid e John Malkovich, (1984) "A gathering of an old Man" (1985)e nel '90 Storia di una cameriera da Hardol Pinter. Homo Faber (Voyager - Passioni violente, 1991) vede il suo ritorno in Germania.

Seguono "The Ogre" (ancora con Malkovich nel 1996) e "Palmetto" (1988)

Nel 1979 il suo adattamento de "Il tamburo di latta", tratto dall'omonimo romanzo di Gunter Grass gli valse la Palma d'Oro a Cannes, consegnata per la prima volta a un regista tedesco. L'anno dopo, per la prima volta dal 1927, il film ottenne l'Oscar americano.
neva
QUOTE (sele @ Apr 11 2008, 11:03 AM) *
bellissimo... grazie cara nevA. ah, come va... da te.



vi faccio conoscere, un grande regista tedesco poco conosciuto in italia.


Volker Schlöndorff

E' con Edgar Reitz e Alexander Kluge uno dei maestri della cinematografia del dopoguerra; apripista per i vari Rainer Werner Fassbidder, Werner Herzog e il conosciutissimo Wim Wenders.

Ha studiato Scienze Politiche a Parigi e ha cominciato a lavorare, a partire dal 1959, con i registi della Nuovelle Vague, in particolare Louis Malle, Alain Resnais e Jean Pierre Melville

Nel 1965 debutta nella regia con l'adattamento per lo schermo del romanzo di Robert Musil "Il giovane Törless", col quale vince il Premio della Critica Internazionale a Cannes.

Seguono alcuni film di scarso successo.

Fra il '74 e l'80 cura anche la regia di opere liriche.

Ha diretto la versione cinematografica del libro di Heinrich Böll "Il caso Katharina Blum" (1975), interpretato da Angela Winkler e Mario Adorf; un espisodio del film "Germania in autunno"(1976) con, tra gli altri, Stefan Aust e Alexander Kluge; "Colpo di grazia" (1976) "L'inganno", (1981), "Un amore di Swann"(1983), dalla Ricerca di Proust, con Jeremy Irons, Ornella Muti e Alain Delon; "Morte di un Commesso Viaggiatore" (dal romanzo di Miller)con Dustin Hoffman, Kate Reid e John Malkovich, (1984) "A gathering of an old Man" (1985)e nel '90 Storia di una cameriera da Hardol Pinter. Homo Faber (Voyager - Passioni violente, 1991) vede il suo ritorno in Germania.

Seguono "The Ogre" (ancora con Malkovich nel 1996) e "Palmetto" (1988)

Nel 1979 il suo adattamento de "Il tamburo di latta", tratto dall'omonimo romanzo di Gunter Grass gli valse la Palma d'Oro a Cannes, consegnata per la prima volta a un regista tedesco. L'anno dopo, per la prima volta dal 1927, il film ottenne l'Oscar americano.


non così male se si considera che sono in parte mezzi "fusi", mi considero in qualche modo una privileggiata. e nevica tanto per cambiare. un caro saluto.
sele
QUOTE (neva @ Apr 11 2008, 05:11 PM) *
non così male se si considera che sono in parte mezzi "fusi", mi considero in qualche modo una privileggiata. e nevica tanto per cambiare. un caro saluto.


nevica a la chaux?
bello il mormorio silenzioso del ritmo della neve...quando cade.

berlin pour toi
sele
Basquiat



Nessuno si sarebbe mai immaginato nel 1977, quando il giovane ornava gli edifici di Manhattan e la metropolitana newyorkese con i suoi graffiti firmati con lo pseudonimo SAMO (Same Old Shit), che quel ragazzo ribelle sarebbe diventato negli anni '80 una delle figure più importanti della scena artistica di New York e del mondo.

Ispirato dall'Espressionismo Astratto, dalla Pop-art e dal Rinascimento nel 1982 Basquiat partecipò alla mostra collettiva Transavanguardia: Italia/America con i neoespressionisti italiani Clemente, Cucchi e Chia.
Le sue opere - popolate da teschi, scheletri, totem wodoo - erano sature di simboli del consumismo americano.
Dal 1983 collaborò con Andy Warhol e, nonostante le infiammate discussioni che caratterizzavano il loro rapporto la loro relazione andò avanti fino alla morte di Warhol avvenuta nel 1987.
Il 10 febbraio 1985 Basquiat fece la sua comparsa in prima pagina sul New York Times Magazine e nel marzo dello stesso anno espose le sue opere nella galleria d'arte di Mary Boone. Sebbene egli avesse incontrato la fama e il successo ad un'età giovanissima, altrettanto giovane fu risucchiato nella dipendenza dalle droghe pesanti, che ne causarono la morte all'età di 28 anni: il 12 agosto del 1988 fu trovato morto nel suo appartamento di New York, certamente per un'overdose di eroina.
neva
L'incubo di Darwin

Ci fu un tempo dove vivevamo felici nell'ignoranza dei disastri indicibili (ma così lontani) causati dalla colonizzazione. Nell'era del "villaggio globale", non ci si può sottrarre!

Dopo aver visto il documentario del cineasta austriaco Hubert Sauper, ogni essere umano degno di questo nome non può che sentire un balzo al cuore, davanti agli appetitosi filetti di parca (Del Nilo), distribuiti nei nostri supermercati. Durante le riprese di un altro film: Kisangani Diary (1998) dove traccia l'esilio dello sterminio dei Rwandesi rifugiati nel Congo, il cineasta soggiorna brevemente in Tanzania. Scopre per caso la triste realtà: nell'inizio degli anni 60, dei ricercatori occidentali hanno introdotto la parca Del Nilo, una specie di pesce allogeno nelle acque del lago Victoria e che conteneva una fauna straordinariamente ricca. Originaria dell'Etiopia, può raggiungere fino a due metri di lunghezza, il Lates niloticus si trasforma in una versione accelerata della teoria selettiva della specie così cara a Darwin: in meno di dieci anni, l'estranea ha sradicato più o meno i nove decimi delle speci autoctone. Attualmente, per la Tanzania è diventata la principale risorsa economica, esporta quotidianamente 500 tonnellate di filetti parca Del Nilo, con gioia immensa dei consumatori europei a causa delle sue carni senza spine. Si può dire che tutto finisce bene (non senza qualche piccolo guasto collaterale?) Sei anni più tardi, Sauper ritorna in Tanzania per dimostrarne il contrario.

Con una troupe ridotta, prende dei rischi enormi, svela gli effetti nefasti di questa "pesca miracolosa" della quale, evidentemente non è la popolazione locale che ne trae un beneficio. Inizia a filmare a seconda del suo istinto in quel no man's land, appostato sulle carcasse degli aerei, e scopre un affare mostruoso della mondializzazione dove L'Occidente si allena alternando il gioco del pompiere e quello del piromane. Ogni commento diventa superfluo man mano che il documentario scorre sullo schermo, fa vedere le officine ultramoderne (finanziate dall'Europa) fino alle discariche, dove la popolazione affamata si getta sulle carcasse puzzolenti. Impavido, il cineasta dettaglia progressivamente il "cerchio" di questo inferno che supera tutto quello che Dante avrebbe potuto immaginare, droga, prostituzione, malnutrizione, etc. Riesce a far vedere anche come questa industria così "prospera" metta in pericolo l'equilibrio dell'Africa intera: una realtà inquietante, strani depositi, aerei che partono ogni giorno carichi di filetti di parca...

Sono arrivati vuoti? Il silenzio e il non detto convincono il cineasta del traffico delle armi! L'incertezza mette in moto un disorientamento direi salutare procurato dalla disperazione di quest'opera.

http://it.youtube.com/watch?v=6h4ktp4g5PA

http://it.youtube.com/watch?v=T3FpfxUDa9o&...feature=related
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