Posto uno scritto inviatomi da un amico medico, spero possa tornare utile :
Decidere di sentire
R. A. psichiatra e psicanalista
Insieme a te, nella stanza, ci sono alcuni pensieri e alcuni desideri che riposano.
Tu sei impegnato a svolgere un certo lavoro.
Non ti è perfettamente chiaro il senso di quel lavoro. Non sapresti neanche dire chi te lo ha commissionato, né quanto tempo hai a disposizione per portarlo a termine.
Comunque, in compenso, tutto sta procedendo senza intoppi, serenamente. Questo per ora ti basta. Perché porsi quelle domande? Meglio concentrarsi sul lavoro.
Uno dei pensieri si sveglia. Comincia a gironzolare per la stanza e ad osservarti in silenzio. Era meglio quando tutti erano tranquillamente a riposare. Pazienza!
Ma ora quello che fa? Sposta le tue cose, si mette a fare dei commenti, ti rivolge delle domande, ti tocca. Un crescendo che t'innervosisce e ti fa perdere la concentrazione di cui hai bisogno per portare avanti il tuo lavoro.
Decidi di accompagnare lo scocciatore verso la porta alla tua destra. Quello fa un po' di resistenza. Riesci comunque abbastanza facilmente a metterlo fuori e a chiudergli la porta in faccia, mentre quello continua ancora a parlare.
Tu non hai ascoltato neppure una parola. Nelle orecchie ti rimane solo il tono fastidioso della sua voce.
A quel punto, però, ti accorgi di un inconveniente: la porta non rimane chiusa da sé, e intanto quello continua a spingere da fuori per rientrare.
Che scocciatura! Per tenerlo lontano, occorre continuare a spingere la porta col braccio destro. Ma in fondo è una fatica sostenibile. E poi il braccio sinistro è rimasto libero, ed è più che sufficiente per continuare a svolgere il lavoro. Niente di grave, dunque.
Col tempo ritrovi la concentrazione e ti rilassi, fino addirittura a dimenticarti di avere un braccio che continua resistere per tenere lontano lo scocciatore.
Un desiderio si sveglia e comincia a girovagare per la stanza. Avverti una certa fatica al braccio destro. È solo per questo che ti torna in mente lo scocciatore fuori della porta. Non ha mai smesso di spingere per rientrare.
Uffa, non ci voleva! Uno ti disturba da dentro e uno da fuori. Beh, non proprio da fuori, visto che prima era dentro. In ogni caso non c'è tempo per perdersi in questioni filosofiche sul dentro e sul fuori. È urgente ripristinare l'ordine e la tranquillità, altrimenti il lavoro non sarà portato a termine. Ma a che cosa serve poi quel dannato lavoro?! Basta! Abbiamo già detto che non è questo il momento di farsi delle domande. Adesso occorre agire. Bisogna tenere a bada i due scocciatori.
Afferri il secondo scocciatore con il braccio sinistro e senza tanti complimenti lo scaraventi fuori della porta. Sei soddisfatto!
Ma a questo punto il braccio destro non riesce più a tener chiusa la porta da solo. È necessario l'aiuto del braccio sinistro. Accidenti: il lavoro non potrà procedere! Comincia a serpeggiarti dentro un certo senso di colpa, per il fatto di non essere perfettamente all'altezza della situazione.
Mentre tali pensieri contribuiscono a sottrarti energia, avendo sentito un certo trambusto, alcuni pensieri e altri desideri si svegliano. Cominciano a curiosare qua e là, a parlarti, a toccarti.
In questi frangenti, si sa, l'importante è farsi forza e mantenere la calma. Quindi ti comporterai proprio in questo modo: ignorerai questi altri scocciatori. Che diamine! Dopotutto sei sempre tu il padrone di casa, e la situazione è ancora saldamente sotto il tuo controllo. Ci vuole ben altro per metterti in difficoltà!
Nel frattempo, ti torna in mente il viso del primo pensiero. Quando lo avevi messo fuori della porta era basso, gracile e con lo sguardo distratto. Ma poco fa, invece, mentre eri impegnato a sbattere fuori della porta il desiderio, non avevi potuto fare a meno di notare che il pensiero non soltanto era sempre lì fuori a spingere, ma era anche diventato più alto, più robusto e con uno sguardo diretto e arrabbiato. Doveva essersi irritato per essere stato messo fuori della porta e tenuto lì senza neppure essere stato ascoltato.
Il ricordo di quel volto ti preoccupa un po' e quindi ... continuando a seguire la tua solita, vecchia e consolidata strategia ... cerchi di non pensarci.
Ma cosa c'è fuori di quella finestra in alto a destra? Ma sì, è proprio lui, il primo pensiero. È ancora più arrabbiato di come te lo ricordavi e sta per entrare dalla finestra, STA PER SFONDARE IL VETRO!
Ti prende il panico, non sai più se tenere chiusa la porta o andare verso la finestra. Intanto i pensieri e i desideri continuano a guardarti, a parlarti, a ronzarti intorno e a toccarti. E nel frattempo il desiderio che hai sbattuto fuori non smette di spingere quella maledetta porta che non vuole restare chiusa da sola.
Non ne puoi più! Molli tutto e corri verso l'altra porta della stanza. Sei in cerca d'aiuto.
Apri all’esterno e trovi davanti a te una folla sterminata d’uomini religiosi, medici, maghi, e consiglieri d’ogni tipo.
A chi rivolgerti? Chi scegliere? Chi saprà ascoltarti e rispondere alle tue domande? Chi sarà in grado di offrirti il rimedio adatto?
Proviamo sia con la scienza sia con la religione.
Il medico ascolta i tuoi problemi e poi ti manda un pensiero positivo, corretto, giusto, robusto, deciso e fornito di parecchie pillole.
Una pillola è incaricata di sbattere fuori della porta il desiderio che nel frattempo era rientrato. Un’altra pillola si occupa del primo scocciatore e riaggiusta con calma il vetro della finestra là in alto a destra. Altre pillole, con fare molto deciso, vanno a tranquillizzare e a far dormire tutti quei pensieri e desideri che si erano svegliati. L'ultima pillola, con un viso saggio quanto basta, t’incoraggia con belle parole e ti tira su.
L'uomo religioso, dal canto suo, ti fornisce una preghiera sincera, profonda e forte, per riuscire a trasformare le tue sofferenze in una sorgente d’energia inesauribile.
Inizi così a ritrovare nuove energie che puoi tranquillamente mettere al servizio della tua solita, vecchia e consolidata strategia di allontanare la sofferenza e pensarci il meno possibile.
Oh, adesso sì che si ragiona! Ora stai proprio bene e puoi concentrarti più efficacemente che mai sul tuo lavoro. Ti concentri tanto da dimenticarti sia del primo sia del secondo scocciatore. Dimentichi anche i pensieri e di desideri che ora sono tornati a riposare. Dimentichi tutti i problemi. Che pace!
Passa un bel po' di tempo ... Che pace! ... Che silenzio! ... Eh sì! ... Però che noia! ... Non hai più nessun interesse! ... Non provi più nessun desiderio! ... Non provi più affetto per nessuno! ... Che tristezza! ... Nessuno spinge alla porta! ... I pensieri e i desideri non ci sono più!
Passa un bel po' di tempo! A dir la verità non molto, ma sembra comunque un tempo lunghissimo, infinito.
Poi all'improvviso un rumore. Alzi lo sguardo. Un pensiero si è svegliato ed è rincorso da una pillola che non riesce più a sedarlo. Un’altra pillola, sudata e ormai allo stremo delle sue forze, è impegnata a tentare di richiudere una porta semiaperta attraverso la quale si affaccia prepotentemente un desiderio.
Ad un tratto ti torna la memoria: possibile che il desiderio stia ancora spingendo la porta? Improvvisamente ti accorgi che il vetro della finestra è rotto. Il panico scoppia di nuovo. Corri alla porta in cerca d’altro aiuto, molto più preoccupato della prima volta.
Protesti sia col medico sia con l'uomo di religione, ma entrambi la sanno lunga e te la rigirano bene. I loro discorsi, ripetuti, ti convincono un po' meno.
Tuttavia quando torni dentro la stanza con il pensiero e le pillole del medico e con la preghiera consigliata dall'uomo di religione, ti fermi un attimo a riflettere (ERA ORA!) e ti accorgi che sia una voce dentro di te, sia il medico, sia l'uomo di religione ti avevano già da sempre dato anche un altro consiglio che fino ad ora era rimasto inascoltato.
Quel consiglio suona più o meno così:
"Quando stai male, sei confuso e nel panico, affidati pure alle pillole e ai discorsi incoraggianti sulla forza, la determinazione, il coraggio, il cuore e ... bla bla bla. Ma quando stai meglio, quando stai così bene che ti viene la tentazione di dimenticare tutti i problemi e di cacciar via tutti i pensieri e i desideri per restare tranquillo ..."
Ti trovi in una stanza, impegnato a svolgere un certo lavoro. Non ti è perfettamente chiaro il senso di quel lavoro. Ma ora non ti basta che tutto proceda senza intoppi, serenamente. Vuoi soffermarti a chiederti che senso ha quel lavoro. Non tanto per rispondere, ma per non soffocare la domanda. Altrimenti, ormai lo hai capito, la domanda tornerà a soffocare te.
Un desiderio si sveglia e comincia a gironzolare nella stanza. La cosa ti secca, ma guardi meglio e ti accorgi che il suo volto è il tuo. Allora gli chiedi se ha bisogno di qualcosa. Ti risponde che gli farebbe piacere, in questo momento che stai bene e puoi farlo, che tu andassi ad aprire la porta, per qualche decina di minuti, un paio di volte la settimana, lasciassi entrare il pensiero e il desiderio che avevi sbattuto fuori e ascoltassi le loro domande.
Da qualche parte dentro di te lo sapevi già che prima o poi doveva succedere tutto questo. Ora ti è chiaro che la cosa migliore da fare, proprio adesso che stai bene e puoi decidere di farlo, è decidere di sentire tutto quello che c'è da sentire. Un po' per volta, per qualche decina di minuti, un paio di volte alla settimana.
Perché no? Dopotutto è un consiglio che ti appare saggio! Sì lo seguirai! Non è poi così difficile. Hai capito di cosa si tratta: decidere, quando stai bene, di chiedere alla tua vita di sentire tutto quello che c'è da sentire e così andare a trovare quelle parti di te che continuano a provare disagio. Come se andassi a sostenere un tuo caro amico che soffre, per condividere le sue sofferenze.
Già! ... Ma d'altra parte, chi te lo fa fare?! ... In questo momento, sei rafforzato da pillole e consigli pomposi, e così ti senti bene, come un uccellino che dopo una notte fredda si gode il sole nel calduccio del suo nido ... E poi, diciamocelo: hai anche un po' paura all'idea di andare ad aprire la porta e trovarti davanti quel pensiero arrabbiato e quel desiderio prepotente.
D'altra parte se non lo fai mentre stai bene, allora quando? Ecco, finalmente hai deciso di sentire. Ci provi, ti concentri, ti rivolgi alla tua vita... desideri sentire tutto quello che c'è da sentire ... la porta si apre.
Quei due stavano tramando contro di te per mettere in atto una vendetta amara. Tu resti sorpreso, notando un'incredibile somiglianza: quel pensiero e quel desiderio sembrano due tuoi gemelli.
Anche loro restano sorpresi. La tua improvvisa ospitalità li spiazza e li addolcisce un po'. Dovrai in ogni caso ascoltare i loro rimproveri e forse ti arriverà anche qualche cazzotto per averli maltrattati.
A questo punto puoi prendere in considerazione l’idea di rivolgerti ad uno psicanalista, per allenarti, con la sua compagnia, ad accogliere quei pensieri regolarmente. Così comincerai a familiarizzare, a prendere confidenza con loro.
Tutti noi esseri umani lavoriamo 24 ore su 24, prevalentemente in modo inconscio, tenendo lontano dalla nostra coscienza (rimozione) quanto ci è intollerabile, e tenendolo lì, per quanto possibile, fuori della coscienza, con una sorta di braccio psicologico (resistenza), che impiega continuamente energie per restare così teso e appunto tenere lontani pensieri sgradevoli e consapevolezze intollerabili.
Inoltre, tendiamo per lo più a dimenticare che le energie che sostengono quel braccio sono impegnate in tal modo. Quando poi puntualmente accade che, dopo essere stato messo fuori della porta, il disagio rientra dalla finestra (ritorno del rimosso), allora ci chiediamo da dove venga e perché, avendo dimenticato che è da sempre e per sempre lì accanto a noi, anzi che è noi.
Dato che tutto questo continuo lavoro accade quasi totalmente a livello inconscio, di questo enorme dispendio d’energie possiamo non accorgercene anche per molto tempo, a volte per tutta la vita.
In altri casi invece capita che questo enorme impiego d’energie cominci a segnalarsi (sintomi). Infatti, oltre una certa soglia (che varia continuamente da persona a persona e, nella stessa persona, di momento in momento) può accadere un improvviso eccesso d’eventi sgradevoli o insopportabili, oppure può capitare che anche soltanto una piccola goccia faccia traboccare il vaso di ciò che non vogliamo pensare e che continuamente teniamo lontano dalla nostra coscienza. Allora l'inquietante riesce a fare breccia, e irrompe improvvisamente, facendoci sentire depressi o angosciati, oppure producendo qualche somatizzazione (nausea, sudorazione fredda, tremori, tachicardia, fatica a respirare, mal di testa, psoriasi o altre dermatiti, bruciori di stomaco, colite, insonnia, parestesie, sensazione di sbandamento, di svenimento o di testa vuota, perfino innalzamento del colesterolo e abbassamento delle difese immunitarie, e l'elenco, ovviamente, potrebbe continuare a lungo). Tali sintomi non sono un “errore” del nostro corpo, bensì la normale reazione all'essere costretti a sentire ciò che solitamente non vogliamo sentire. In particolare, nel caso delle somatizzazioni siamo costretti a sentire, letteralmente sulla nostra pelle e dentro il nostro corpo, la verità che la nostra vita non è totalmente sotto il nostro controllo, che è precaria e impermanente, insomma che ciò che per noi è assolutamente intollerabile può accadere in qualunque momento.
Altri possibili modi in cui si può manifestare il nostro disagio legato al senso di precarietà sono: senso di vuoto, sensazione di non riuscire più a dare un significato alla nostra vita, oppure si scatena un attacco di panico, oppure si genera una fobia, perdiamo o vediamo aumentare il nostro appetito ... e così via.
Possiamo anche non avvertire soggettivamente nessun sintomo. Tuttavia, impegnati come siamo dal disagio che comunque siamo occupati a tenere a bada dentro di noi, è facile che ci capiti di non avere risorse sufficienti per rispettare gli altri, o anche soltanto per essere cortesi e gentili. È per questo che spesso possiamo essere sgarbati, insofferenti o addirittura violenti.
Se una situazione che ci disturba dura poco tempo e non ci preoccupa più di tanto, in genere cerchiamo di considerarla un evento passeggero che non si ripeterà, e proviamo semplicemente a dimenticarla.
A forza di fare di tutto per non sentire sofferenza, a forza di desiderare di non sentire può capitare che realizziamo questo desiderio. Ma così si può arrivare anche a non sentire più niente, si può arrivare all’anedonia, che consiste nella sofferenza per il fatto di sentire che non proviamo più piacere in nessuna cosa, e si può arrivare a pagare anche il prezzo dell’anaffettività, cioè soffrire del fatto di sentire che non abbiamo più sentimenti per nessuno.
Se poi il disagio persiste e comincia ad occupare troppo spazio nella nostra vita, tanto da non poter più fare finta di niente e tirare semplicemente avanti, insomma quando proprio non ne possiamo più … solo allora noi struzzi che in genere preferiamo rischiare di morire asfissiati con la testa sotto terra, solo allora siamo costretti a guardare in cielo, dove appare evidente la verità insopportabile che l'azzurro e le nubi sono in balia del vento, di un vento che “soffia dove vuole”. Solo allora il nostro vago lamento prende forma nella ricerca di un rimedio e può nascere una richiesta d’aiuto, una domanda.
Ma ancora una volta, anche in tali circostanze, prima di tutto miriamo a ripetere la stessa strategia di sempre, cioè in genere ci precipitiamo verso il tentativo di procurarci nuove energie per rifornire quel “braccio psicologico” che tiene il disagio lontano dalla coscienza. Insomma, in genere cerchiamo di ristabilire il più velocemente possibile un equilibrio sopportabile, piuttosto che provare a sostare con lo sguardo sull'insopportabile.
D’altra parte la tentazione è forte ed è molto ricco e vasto il campo dell’offerta di possibili risorse per allontanare la sofferenza.
C’è chi ricorre a droghe, alcool o alterazioni del rapporto col cibo (anoressia e bulimia).
Altri ricorrono ai farmaci, i quali ci rilassano oppure ci ricaricano, dandoci spesso di nuovo la forza sufficiente ed efficace per tenere lontano dalla coscienza il disagio. In questo modo possiamo tirare avanti ancora a lungo, a volte anche per tutta la vita e, a mano a mano che i farmaci si perfezionano, con effetti collaterali sempre più tollerabili.
Le psicoterapie che mirano a rafforzare l’Io riescono a dare iniezioni di fiducia tali da farci sentire di nuovo forti e in grado di tenere lontano il disagio, di confinarlo ancora una volta al di fuori dei confini della coscienza. Anche in questo modo possiamo tirare avanti a lungo, a volte anche per tutta la vita.
L’identificazione in una determinata visione del mondo, religione, ideologia o perfino in una tifoseria può funzionare in modo simile, rafforzando la nostra capacità di lottare, insieme ad altri che condividono le nostre idee. Anche in questo modo possiamo rafforzarci e riuscire a tenere lontano il disagio, a confinarlo ancora una volta al di fuori dei confini della coscienza.
Un altro modo in cui ci può capitare di portare di nuovo lontano dalla coscienza il disagio è buttarci nel lavoro, oppure ricaricarci grazie al passare da un innamoramento all’altro, oppure costruire una famiglia e dedicarci ad essa, anche per tutta la vita.
Perfino alimentare con tutte le proprie forze l'odio verso una persona (noi stessi o qualcun altro) è un modo spesso usato da noi umani per ridare un senso alla nostra vita e permetterci, anche così, di arginare l'angoscia.
Anche la psicanalisi può funzionare in modo simile agli altri mezzi descritti sopra. Ma la psicanalisi è nata per funzionare soprattutto in un altro modo ...
La psicanalisi non è nata per guarire l'essere umano dalla condizione umana, ma semmai per condurlo ad accogliere la precarietà della condizione umana stessa, e soprattutto per aiutarlo a godere della vita senza misconoscerne l'impermanenza.
Freud scrive:
“[...] la tecnica analitica si differenzia radicalmente da quelle che mirano a distogliere da dati pensieri e a tranquillizzare date apprensioni”
(Freud, Il problema dell'analisi condotta da non medici, in Opere, Boringhieri, Milano 1985, p. 358).
Questo non significa, d’altra parte, che l’approccio anestetico e quello del decidere di sentire non possano coesistere o perfino essere complementari. Da un lato possiamo usare mezzi per non sentire troppo la sofferenza quando ci si impone. Da un altro lato possiamo allenarci con l’analisi, a sentire tutto quello che c'è da sentire.
Ma la differenza tra i due approcci resta e va sottolineata.
Quando stiamo troppo male ritengo sia opportuno trattare il sintomo come un errore da correggere o comunque come un difetto da attenuare, da reprimere.
Quando invece stiamo meglio, allora occorre invece ricordarci dei sintomi di cui abbiamo sofferto. Il sintomo, infatti, è anche da rispettare, perché rappresenta sia una difesa di cui si ha un certo bisogno sia il tramite per giungere all'angoscia che lo sottende e che, tramite esso, chiede di essere ascoltata. In modo analogo: quando un bambino piange non si tratta solo di farlo smettere di piangere dandogli qualcosa purché stia zitto e non rompa più le scatole, ma, prima di tutto, si tratta di cercare di ascoltare il motivo del suo pianto.
Sia l'approccio anestetico sia l'approccio del decidere di sentire mirano in fondo a migliorare le condizioni di vita dell'essere umano. Ma mentre nell'approccio anestetico si punta ad aggiustare, correggere, tacitare quella che è considerata una parte malata della persona per potenziarne la parte sana, da un altro lato tale rafforzamento e tale riadattamento sono da considerarsi degli strumenti che vanno messi al servizio di un percorso nella direzione opposta: il decidere di sentire. Quest'ultimo, tutt'altro che allontanare dall'angoscia che sta dietro i sintomi e tenerla "fuori della porta", consiste piuttosto, per quanto ciò risulta di volta in volta possibile, nel sostare e poi soprattutto nel decidere di aprire quella porta, per prendere confidenza e familiarizzare con quelle parti di noi e con quei pensieri comunque nostri che ci risultano perturbanti, stranianti o addirittura intollerabili.
In altre parole, occorre come “consumare il dolore da cui prende le mosse la difesa. Se non c'è un'apertura in rapporto a ciò non c'è avanzamento” (Aldo Rescio).
Insomma la psicanalisi è anche un mezzo per cogliere l'occasione -se lo si desidera e nei momenti in cui non stiamo troppo male- di sentire ciò che di solito non vogliamo sentire. E perché dovremmo fare ciò? Perché laddove si mira solo e soltanto a far cessare di questionare quanto inquieta l'essere umano si creano né più né meno che le condizioni di un futuro aggravamento, di un ritorno del rimosso, di altri più potenti sintomi, come vendetta di quella parte, esistenzialmente mutilata, che la persona stessa non vuole accogliere come propria.
Un esempio terra terra è quello che vi facevo all’inizio.
Se tutti i giorni uno scocciatore ci bussa alla porta e noi non apriamo mai, forse prima o poi si stuferà e non tornerà più. Tuttavia, se quello scocciatore è un nostro pensiero, se siamo noi stessi, allora continuerà a spingere contro la porta e noi continueremo a spendere energie per tenerla chiusa (resistenza). Ogni tanto lo scocciatore potrebbe anche riuscire ad entrare dalla finestra o a sfondare la porta e allora ci sarà un conflitto.
Con la psicanalisi possiamo deciderci a fissare regolari appuntamenti con quello scocciatore che siamo per noi stessi. Questo comporterà decidere di usare tale esperienza per chiedere alla nostra vita di sentire cose che non ci piacciono, ci imbarazzano, ci turbano, ci fanno vergognare, ci inquietano o addirittura ci sconvolgono. Ma via via che lo ascoltiamo, quello scocciatore ce ne sarà grato e imparerà a rispettarci. Così lui non spingerà più continuamente contro quella porta e noi non saremo più costretti a spendere energie per tenerla chiusa ad ogni costo.
Quella che ho appena scritto non è né una certezza, né una promessa. E’ piuttosto la mia idea di come la psicanalisi può essere usata … per stare meglio, certo … ma non senza deciderci, quando stiamo abbastanza bene da poterlo fare, ad aprire la nostra vita e ascoltare quelle parti di noi che di solito non vogliamo sentire.
