Non c'è pace sul fronte della psichiatria. Prima la polemica sull'uso dell'elettroschock, iniziativa di alcuni psichiatri; poi la questione difficile dei pazienti che rifiutano le cure (TSO: trattamento sanitario obbligatorio). L'Arap, Associazione riforma assistenza psichiatrica, in un recente convegno rilancia la richiesta di modifiche della legge Basaglia (varata nel maggio di 30 anni fa) che chiuse i manicomi e ipotizzò strutture di cura e reinserimento. In contrasto, il gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com) lancia una petizione per l'abolizione del TSO, "usato in modo superficiale, diventando mezzo repressivo per il controllo sociale". Steccati ideologici e pregiudizi.

C'è però chi sceglie la strada della valorizzazione delle "buone pratiche", quelle che affrontano i bisogni di pazienti e famiglie, riannodando i fili del discorso. Qui raccontiamo l'esperienza romana degli alloggi protetti, che coinvolge da 4 anni 10 pazienti gravi, famiglie, strutture psichiatriche e di asssistenza sociale. A fianco, richiamo ad una realtà diffusa e inascoltata, la drammatica testimonianza di una madre, malata di tumore, preoccupata per il futuro della figlia schizofrenica. Intanto, per i 100 anni dell'ex manicomio e i 30 anni delle legge 180, da Trieste e Gorizia, gli eredi di Basaglia, in primis lo psichiatra Giuseppe Dell'Acqua, fautore delle "buone pratiche", presentano un fitto programma di iniziative (da aprile a novembre) dal titolo significativo: "La fabbrica del Cambiamento".

L'Associazione Solaris ONLUS si è costituita nel giugno 2002, per iniziativa di un gruppo di familiari di pazienti affetti da disturbi mentali gravi, inseriti nella Comunità Terapeutica di Via Sabrata (Roma), struttura residenziale del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma/A. Dall'interno dei servizi sanitari, i familiari hanno potuto constatare alcune gravi incongruenze del sistema di cura.

Nonostante il miglioramento clinico e la riduzione della disabilità, infatti, ai pazienti che vengono inseriti per due o tre anni in Comunità Terapeutica, si prospetta il ritorno nel nucleo familiare d'origine; ritorno reso impossibile, in molti casi, dalla carenza di un nucleo strutturato e stabile; in altri casi il rientro in famiglia può riattualizzare dinamiche patologiche. La difficoltà di trovare vie d'uscita per la dimissione rende i pazienti "non dimissibili", e tenuti a lungo termine in Comunità, con la conseguenza di passivizzarli ulteriormente, aumentare a dismisura i costi della cura e ridurre le prospettive evolutive.

Il progetto inizia nel novembre 2003, con la realizzazione della prima abitazione assistita per 3 pazienti dimesse dalla Comunità. Fin da questa prima fase, l'Associazione Solaris si è assunta un ruolo di mediazione sociale, prendendo in locazione nel libero mercato un appartamento per destinarlo all'abitazione delle tre pazienti dimesse, le quali, anche sulla base della valutazione dei responsabili della struttura, hanno deciso di affrontare questo progetto di convivenza assistita. Negli anni successivi, sono stati realizzati altri tre progetti, in collaborazione con i servizi sociali dei Municipi Roma 2 e Roma 3, nel quadro dei Piani Sociali di Zona (legge 328/2000). Attualmente, 10 utenti vivono nelle 4 abitazioni assistite, tutte ubicate nel quartiere, in prossimità dei servizi e ben integrate nel tessuto sociale. Due ulteriori progetti sono in fase di realizzazione. Si va definendo un modello organizzativo con un protocollo d'intesa tra servizi sociali e ASL/Dipartimento Salute mentale(DSM). Il DSM si assume l'onere dell'assistenza sanitaria territoriale (prosecuzione del trattamento, inserimento degli utenti in attività riabilitative e ricreative, visite domiciliari, ecc.); i servizi sociali dei municipi si assumono l'onere dell'assistenza sociale domiciliare, attraverso l'affidamento di essa ad una Cooperativa (supervisionata dal DSM). L'Associazione garantisce la locazione degli appartamenti, gli arredi, la manutenzione, l'organizzazione domestica. Gli utenti, in quanto membri dell'Associazione, partecipano alle spese relative, nella misura del loro reddito personale (pensioni, rendite, ecc.) attraverso un versamento mensile. Attualmente, tale quota di partecipazione diretta dei pazienti alle spese si aggira intorno al 40% del totale.

L'innovazione intrapresa dall'Associazione Solaris trova riscontro in numerose esperienze, cambiando paradigmi precedenti, basati da una parte sulla esclusione della famiglia dal percorso terapeutico dei pazienti con disturbi mentali gravi e, dall'altra, sulle soluzioni istituzionali (residenze assistite, case famiglia o comunque luoghi con forti connotati istituzionali ed assistenziali). Il primo pregiudizio viene superato attraverso un coinvolgimento attivo dei familiari, che possono divenire protagonisti, in quanto "esperti" dei loro problemi, dei percorsi di cura e di recupero, sul modello del cosiddetto "mutualismo dal basso". Il secondo paradigma viene di fatto ribaltato, disgiungendo il bisogno di alloggio dal bisogno di assistenza, e facendo sì che tali differenti bisogni non debbano essere sovrapposti e confusi, col rischio di perpetuare nuove forme di istituzionalizzazione; la casa assume perciò un significato che va al di là delle tipologie di "soluzioni assistenziali", assumendo invece un valore di radicamento nella comunità, di normalizzazione della vita quotidiana, di stabilità residenziale, ma anche di responsabilizzazione e di opportunità sociali.

Nel corso dei primi 4 anni i pazienti hanno dimostrato una ottimale "tenuta" nel tessuto sociale. Non si sono verificate ricadute cliniche, né problemi nei condomini.


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titolo: Una stanza tutta per sé
fonte: La Repubblica (http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/03/13/psicologia/040sta57140.html)