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Versione completa: Papà italiani: i più vecchi del mondo
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simonetta
I padri italiani sono i più vecchi del mondo. Oggi, infatti, gli uomini italiani non diventano padri prima dei 33 anni, mediamente due anni più tardi rispetto a francesi e spagnoli. Secondo Giovanni Maria Pirone, direttore dell'Istituto Italiano di Medicina Sociale e presidente dell'Associazione Italiana Paternità Responsabile (Il padre, una risorsa sociale, scritto con la psicologa Gaelle Tomassini, Ed. Magi), ciò non è dovuto soltanto ad un ritardo di assunzione di responsabilità, ma, a volte, a diffficoltà economiche.

Scelta prudente
Si tende a sposarsi più tardi e, con l'aumentare dell'età, cresce anche la prudenza rispetto alla scelta di diventare padri. Per di più, anche dal punto di vista biologico, l'età influisce negativamente sulla fertilità maschile: il risultato è che la propensione ad avere figli diminuisce drasticamente con l'avanzare degli anni. Ma cosa significa, da un punto di vista emotivo, essere padri? Se l'istinto materno è, infatti, dato per scontato, non avviene altrettanto per quello paterno, o "preoccupazione paterna primaria", come si potrebbe definire per analogia con la "preoccupazione materna primaria" descritta dallo psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby (1907-1990), studioso della relazione di attaccamento tra madre e bambino. Per favorire lo sviluppo della preoccupazione paterna primaria e di una futura sana relazione padre-bambino può essere importante che l'uomo sia coinvolto già durante la gravidanza: "il dono più grande che una madre possa fare a suo figlio" è, per Pirone e Tomassini, "donargli un rapporto con il padre".

Durante i primi mesi della gravidanza avviene, anche nell'uomo, una profonda rielaborazione delle tematiche relative al rapporto con i propri genitori: il bambino, infatti, cresce nel corpo e nella mente della madre, ma anche nella mente del padre, e diventare genitori significa, prima di tutto, non essere più soltanto "figli" e prendere progressivamente coscienza del tempo che passa e dei ruoli che cambiano. Nel secondo trimestre possono insorgere nel futuro papà sentimenti (non del tutto consapevoli) di gelosia nei confronti del nascituro, o di invidia per la capacità procreativa della sua compagna; nel terzo trimestre le fantasie sul parto si fanno sempre più intense e possono comparire disturbi psicosomatici, come quelli caratteristici della "sindrome della covata", che riproduce nell'uomo i sintomi della gravidanza: "voglie" alimentari, inappetenza, nausea, gonfiore e dolore addominale, mal di schiena, stanchezza, insonnia...

Fonte di ansia
Lo stato interessante della sua compagna può essere fonte di ansia per l'uomo, che può essere portato a comportamenti di "fuga" (tornare dai genitori, trasferirsi in albergo, uscire tutte le sere con gli amici o allacciare relazioni extraconiugali); in altri casi si può sviluppare un'insicurezza sul piano sessuale, fino all'impotenza. La partecipazione ai corsi di preparazione alla nascita e la presenza accanto alla mamma al momento del parto possono essere di grande importanza per aiutare il padre a condividere l'esperienza della gravidanza e della nascita; dopo quest'ultima, tuttavia, non sono rare, anche nell'uomo, le reazioni depressive, legate alla stanchezza, allo stress psicologico e fisico e al conflitto tra il desiderio e la paura di diventare adulti e di assumersi le proprie responsabilità.

Bisogno di sincerità
Alcune situazioni possono presentare particolari difficoltà: è il caso delle famiglie adottive, di quelle separate e di quelle ricomposte, dove, cioè, uno o entrambi i genitori hanno alle spalle un'esperienza di separazione. In tutte queste situazioni è importante porsi nei confronti del bambino in maniera autentica, parlandogli sinceramente, ad esempio, della separazione ed evitando che si senta in colpa o che sviluppi ostilità verso uno dei due genitori, o, nei casi di adozione, rivelandogli il prima possibile le sue origini, sempre senza denigrare i suoi genitori naturali. Nel caso di famiglie ricomposte, è necessario accettare il fatto che il bambino abbia già un genitore, e non cercare di sostituirsi a lui. Per i padri separati è talvolta difficile mantenere il proprio ruolo di educatore, e si può cedere alla tentazione di trasformarsi in un "padre della domenica", che basa il suo rapporto con i piccoli esclusivamente sul divertimento.

La legge sul congedo
È importante, tuttavia, ricordare che i bambini hanno bisogno anche di un esempio, e che un rapporto regolare, e il più possibile "normale", con la figura paterna è fondamentale. Per un padre che cresce un figlio da solo, infine, è molto importante sviluppare un modello di famiglia allargata, che comprenda cioè anche altre figure affettive, come nonni, zii ed amici, che arricchiscano la vita relazionale del bambino. Dal 2000 (legge 8/3/2000 n. 53) anche il padre ha diritto ad un congedo lavorativo (congedo parentale) nei primi otto anni di vita del bambino, con una durata massima di sei mesi e per undici mesi complessivi per entrambi i genitori: entro i primi tre anni di vita del bambino tale congedo è retribuito al 30% dello stipendio (100% per i primi 30 giorni). Hanno diritto al congedo le mamme, sia lavoratrici autonome che dipendenti, e i papà lavoratori dipendenti.


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titolo: Papà italiani: i più vecchi del mondo
fonte: La Repubblica (http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/03/20/psicologia/040vec57240.html)
Cymorill
mio padre abbe mia sorella a 40 anni e me a 50 anni
Enkidu
invece il mio babbo abbassa la media smile.gif ha avuto me a 25 anni , mio fratello a 30 e mia sorella a 45 smile.gif
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